Chi lo avrebbe mai detto che due Papi sarebbero stati vicini di casa. Per giunta in Vaticano. Eppure è ciò che ormai da sette anni, ovvero dal 2013, succede quotidianamente all’interno dello Stato più piccolo del mondo. Francesco, il Papa regnante, vive in un bilocale nell’ormai sua famosa residenza Casa Santa Marta, l’albergo fatto costruire da San Giovanni Paolo II per ospitare i cardinali elettori durante il conclave. Benedetto XVI, il Papa emerito, vive nel Monastero Mater Ecclesiae, all’interno dei Giardini Vaticani, con il suo fedelissimo segretario, monsignor Georg Gänswein, che è anche prefetto della Casa Pontificia, e le Memores che curano l’abitazione.

A riflettere anche sulla singolarissima vicinanza di casa tra il Pontefice regnante e quello emerito è il volume Andare per la Roma dei Papi (Il Mulino) dell’ex direttore de L’Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, professore di filologia patristica all’Università La Sapienza di Roma. “Lo stile della casa dove vive Benedetto XVI – scrive l’autore – è semplice ed essenziale, dagli spazi privati al piccolo terrazzo, fino all’orto. Qui alcuni alberi fornivano i frutti con cui le precedenti inquiline, in particolare le monache benedettine venute dal monastero di Rosano, alle porte di Firenze, preparavano marmellate da donare ai visitatori”.

Vian racconta che “altrettanto sobria, quasi da monaco, è la vita di Ratzinger: preghiera, messa, letture, disbrigo della corrispondenza con l’aiuto della fedele segretaria Birgit Wansing, l’unica in grado di trascrivere al computer la grafia e le abbreviazioni (a matita) dell’antico professore, ma anche passeggiate quotidiane e visite di amici. Tra questi, il suo successore che abita a meno di mezzo chilometro”.

L’ex direttore del quotidiano del Papa sottolinea che “il bavarese e l’argentino sono due singolarissimi vicini di casa, circostanza che fino a qualche anno fa era difficilmente immaginabile. E in effetti senza precedenti nella turbolenta storia della chiesa romana, perché le ultime rinunce al pontificato risalivano alla prima metà del Quattrocento, ma in situazioni del tutto diverse e certo ben più drammatiche”.

Poco dopo la sua elezione, Francesco ha scelto di non vivere nell’appartamento pontificio alla terza loggia del Palazzo Apostolico Vaticano, dove si reca solo la domenica per la preghiera dell’Angelus, ma a Casa Santa Marta dove era stato ospitato durante i giorni del conclave con gli altri cardinali elettori. “Oggi famosa come residenza papale – scrive Vian – è un edificio da dimenticare sul piano architettonico, che per di più ha la sfortuna di trovarsi vicino a tre capolavori, pur diversi tra loro: il lato meridionale del transetto di San Pietro, la canonica settecentesca della Basilica e la mirabile aula delle udienze progettata da Nervi”.

L’autore ricorda, inoltre, che, “costruita negli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II proprio sul confine dello Stato per ospitare i cardinali elettori durante la Sede Vacante, Santa Marta è di norma utilizzata da funzionari vaticani che vi abitano in piccoli appartamenti e da ospiti di passaggio”.

Vian spiega la decisione di Francesco: “Abituato come religioso gesuita a vivere in comunità, Bergoglio anche come arcivescovo di Buenos Aires aveva deciso di vivere in un ambiente non grande, e soprattutto ha sempre voluto condurre una vita tra la gente. E appunto con la possibilità di incontrarla con maggiore facilità ha più volte spiegato la scelta di non usare come abitazione l’appartamento papale, troppo isolato”.

Per l’ex direttore de L’Osservatore Romano, con questa decisione di Francesco “il papato ha definitivamente superato il trauma e le conseguenze di Porta Pia. Dopo la presa di Roma da parte degli italiani il 20 settembre 1870, infatti, per un sessantennio i Pontefici furono e si ritennero reclusi nei palazzi e nei Giardini Vaticani, dove i pellegrini si recavano a visitare il ‘prigioniero’ vestito di bianco, e i fedeli romani andavano ad ascoltare le lezioni di catechismo impartite settimanalmente dal Papa, come nel cortile di San Damaso al tempo di Pio X”.

Il libro di Vian è una guida avvincente della Città eterna intrisa di storia, di curiosità e di simpatici e inediti aneddoti. Nella consapevolezza, come scrive l’autore citando il titolo del romanzo postumo di Guido Morselli, Roma senza Papa, che non si può comprendere e vivere questo luogo a prescindere dai Pontefici che vi sono succeduti e delle magnifiche opere d’arte che la loro presenza ha suscitato. Ma sarebbe banale classificare il testo di Vian solo come una guida. Esso è un vero e proprio manuale che restituisce alla storia tutta la magnificenza che i Papi hanno donato alla Città di cui sono stati vescovi.

Un volume che è maggiormente impreziosito dal 150esimo anniversario della Breccia di Porta Pia che rese Roma capitale del neonato Regno d’Italia e il Papa, era il Beato Pio IX, prigioniero in Vaticano. Un evento che come ricordò, nel 1962, l’allora cardinale Giovanni Battista Montini, futuro San Paolo VI, “parve un crollo; e per il dominio territoriale pontificio lo fu. Ma la provvidenza, ora lo vediamo bene, aveva diversamente disposto le cose, quasi drammaticamente giocando negli avvenimenti”. E Francesco ha aggiunto: “La proclamazione di Roma capitale fu un evento provvidenziale, che allora suscitò polemiche e problemi. Ma cambiò Roma, l’Italia e la stessa Chiesa: iniziava una nuova storia”.

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