Inizio anni 2000, Italia. Internet era annunciato dal rumore del modem, non esistevano tariffe flat e si navigava in slow motion. A livello musicale c’era il criticatissimo, e sacrilego, Napster. Ed Emule, da cui si potevano scaricare album e singoli, sovente a bassa qualità. Io sognavo una connessione più veloce, anche per permettermi di mettere le orecchie su più canzoni possibili. Ma mai avrei immaginato quello a cui siamo arrivati oggi.

Allora credevo anche che le nicchie (i metallari, i punkettoni, gli alternativi…) fossero più numerose di quanto mostravano i media classici, specie la radio, che già all’epoca difettava in ricerca di nuove proposte che non fossero già passate per altri canali (il riferimento ai talent, che sarebbero giunti qualche anno dopo, è voluto). Con alcuni amici concordavamo sul fatto che se si fosse liberalizzata e facilitata la possibilità di ascolto di tutto lo scibile anche gruppi apparentemente sconosciuti al grande pubblico sarebbero entrati nelle classifiche di vendita.

Eravamo però ingenui e lontani dall’avere piattaforme in grado di esaudire questa fantasia. Ma una decina di anni dopo sarebbe arrivato Spotify, che in Italia è esploso sì in ritardo, ma ha comunque cambiato l’approccio alla fruizione musicale. Anche se, a differenza di quanto credevo, non è stato foriero di quella libertà di ricerca che è rimasta solo sulla carta (in tutti i sensi).

Anno 2020, per l’appunto. Spotify è ascoltato da (quasi) tutti. I motivi? Comodità d’utilizzo, gratuità (o comunque costi irrisori per la quantità di brani presenti) e, per le “generazioni digitali” (nate dal 2000 in avanti) una presunta mancanza di alternative non digitali. Mi spiego meglio. I giovani, spesso, non hanno esperito la fruizione fisica della musica, quindi su cd o vinile. Come cercano quindi i brani su Spotify? Spesso tramite le playlist, agglomerati di canzoni che in alcuni casi raggiungono seguiti notevolissimi.

E’ il caso di Top Hits Italia, che ha superato il milione di follower, e Top 50 Italia, che ha superato quota 900mila. Il seguito superiore alla media per queste playlist è lapalissiano, e ricorda molto il meccanismo radiofonico. Scrivendo questo mi riferisco ad una selezione che, a mio modo di vedere, è limitata e legata al gusto delle classifiche classiche, e che quindi non lascia quasi mai spazio, non dico alle avanguardie, ma quantomeno a qualcosa di alternativo al solito pentolone di trap-rap-pop.

Pensateci: quando accendete Spotify sapete sempre cosa ascoltare? Avere dinanzi lo scibile può essere un problema, che viene definito come Overload Informativo. Ergo, troppe informazioni da processare per un solo cervello. Ci vengono in soccorso anche i proverbi per definire questa condizione: “L’imbarazzo della scelta” oppure “Il troppo stroppia”.

La soluzione, quindi, è quella di affidarsi alle playlist, o alle radio personalizzate su un brano (già più in linea se non altro con una direzione più precisa data dall’utente). Così facendo però Spotify diviene di fatto una radio, e quindi ricalca quel meccanismo, specie per le playlist con più seguito. E, difatti, in Top 50 Italia possiamo trovare molti brani che sentiamo proprio in radio: dalla nuova Bottiglie Privé di Sfera Ebbasta a Bella Storia di Fedez, da Vent’anni dei Maneskin a Crepe di Irama. E, ovviamente la nutrita ed ascoltatissima schiera dei trapper del momento (da Ernia a Gemitaiz). Niente di nuovo sotto il sole. Discorso identico per Top Hits Italia e per numerose altre playlist.

C’è qualcosa di sbagliato in questo? Per me sì, soprattutto se pensavate che il web potesse finalmente essere uno strumento per legittimare qualcos’altro rispetto all’imperante. Se poi pensate che artisti di assoluto livello come Paolo Benvegnù radunano circa 5000 ascoltatori mensili, beh, la somma da tirare equivale al un ritorno di un meccanismo che evidentemente ha cicli e ricicli storici apparentemente illimitati.

La massa ha bisogno di essere consigliata, a volte imboccata. Che a farlo sia la radio o Spotify, cambia solo il mezzo.

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