Tre tabelle, una montagna di dati, alcuni incompleti perché forniti parzialmente dalle Regioni, ventuno indicatori e tre opzioni finali: rosso, arancione e giallo. Scorrendo le tabelle dell’Istituto superiore di Sanità, alla fine, la verità appare chiara: la cartina dell’Italia si è colorata secondo parametri ben definiti, su dati forniti dai Dipartimenti di prevenzione. Sulla base di questi stessi criteri è quindi possibile ricostruire i motivi che hanno portato, per esempio, Lombardia o Piemonte a essere rosse e Campania a restare (per ora) gialla. Nelle due Regioni del Nord ogni contagiato infetta in media altre due persone, in Campania l’indice Rt è invece a 1,29. Il Piemonte ha un rischio alto di saturazione di ospedali e terapie intensive. La Lombardia esegue il tracciamento solo per la metà dei positivi accertati. Nella Regione di De Luca questi parametri sono migliori: rischia però di cambiare presto colore, perché alcuni dati sono “parziali“. Anche inviare informazioni incomplete – o non farlo proprio, come accaduto per la Valle d’Aosta – non conviene: dimostra in maniera plastica come il controllo della diffusione del Sars-Cov-2 sia sfuggita di mano e quindi, sempre in base ai parametri, diventi necessaria un’escalation delle misure restrittive volute dal governo nell’inerzia delle Regioni. Che in due casi, Calabria e Sicilia, hanno loro stesse segnalato di non riuscire a gestire in maniera efficace zone rosse sub-regionali, salvo poi lamentarsi per essere state inserite tra le aree con maggiori restrizioni. E anche chi – come i presidenti di Lombardia e Piemonte, Attilio Fontana e Alberto Cirio – ripete la storia dei lockdown che “non rispettano parametri reali”, viene sbugiardato dalle 21 “sentinelle” individuate dall’Iss (leggi qui l’elenco dei 21 parametri) come spie della “capacità di monitoraggio“, la “stabilità di trasmissione e tenuta del servizio sanitario” e la “capacità di accertamento diagnostico, indagine e gestione dei contatti”: per esempio il tempo tra data inizio sintomi e data di diagnosi, l’indice Rt calcolato sulla base della sorveglianza integrata Iss, il tasso di occupazione dei posti letto totali di terapia intensiva per pazienti Covid, il numero di nuovi focolai di trasmissione, il numero e la tipologia delle figure professionali dedicate al contact-tracing e ovviamente la percentuale di tamponi positivi escludendo per quanto possibile le attività di screening e il re-testing degli stessi soggetti.

Tralasciando l’empirismo delle brandine nella chiesa dell’ospedale di Orbassano e dei malati Covid sulle barelle da campo appoggiate per terra a Ripoli che Cirio fa finta di non vedere, Fontana continua a contestare la decisione del governo sulla sua Lombardia che ha valori allarmanti nel rapporto tra positivi trovati e tamponi diagnostici effettuati, non riesce a stare dietro al tracciamento, ha un Rt superiore a 2 e corre il rischio di superare le soglie critiche di occupazione nei reparti e in terapia intensiva.

La Lombardia s’è persa il tracciamento – Partiamo proprio dall’area del Paese più colpita in numeri assoluti dalla pandemia di coronavirus. Nella settimana tra il 19 e il 25 ottobre – il monitoraggio sul periodo 26 ottobre-2 novembre sarà disponibile nelle prossime ore – la Lombardia aveva un Rt pari a 2.01, cioè ogni positivo sintomatico era capace di infettare due persone. Presentava anche “più del 50%” di probabilità di superare il 30% dei posti in terapia intensiva occupati e il 40% in area medica nel giro di un mese. Non solo: 28.018 tamponi erano risultati positivi su 128.156 processati, il 21,9%, e su 49.939 casi accertati di infezione ad ottobre solo per 26.265 (il 52,6%) era stata effettuata una regolare indagine epidemiologica per ricercare i contatti stretti. Per l’Istituto superiore di sanità, la Lombardia aveva anche una “capacità di monitoraggio” sull’inizio dei sintomi “di poco sopra soglia”: solo il 64,7% dei casi sintomatici aveva una data accertata di inizio sintomi. Una resa sul fronte del tracciamento, insomma, con ospedali a rischio sofferenza nel giro di qualche settimana. Troppo poco, secondo Fontana, per istituire una zona rossa nonostante la “classificazione complessiva del rischio” venga calcolata dall’Iss come “alta con probabilità alta di progressione” e l’incapacità di stare dietro all’indagine e gestione dei contagi lascia intravedere “molteplici allerte di resilienza”.

Piemonte, tra focolai e tracing sotto-soglia – Stessa conclusione sul Piemonte, dove l’indice Rt era 1.99, il trend dei focolai attivi era in aumento e la probabilità di saturazione dei reparti di terapie intensive e di area medica era considerata superiore al 50%, come iniziano a dimostrare le immagini giunte negli ultimi giorni dagli ospedali di Orbassano e Ripoli. Anche nella Regione guidata dalla giunta leghista di Alberto Cirio, gli indicatori di processo sulla capacità di monitoraggio si fermavano a un “di poco sopra-soglia” critica, mentre il 17% dei 67.013 tamponi diagnostici effettuati era risultato positivo (11.554) e solo per l’86.9% dei casi accertati di coronavirus le strutture regionali erano riuscite ad effettuare il tracciamento dei contatti. Da segnalare, anche, uno dei numeri più alti (5) per il tempo trascorso tra la data di inizio sintomi e la data di diagnosi.

La “grande difficoltà” della Valle d’Aosta – Parzialmente diversi i fattori che hanno spinto l’Istituto superiore di Sanità a suggerire la zona rossa per la Valle d’Aosta. Innanzitutto per appena il 19,2% dei casi sintomatici è stata accertata la data di inizio sintomi. Solo per il 74,5% dei positivi accertati e segnalati (527 su 707) la Regione aveva proceduto alla mappatura dei contatti stretti e nella settimana 19-25 il 22,6% dei casi testati aveva fornito risultato positivo (931 su 4.118). E poi all’Iss risultava un trend di focolai in aumento, un già “moderato” impatto del Covid sui servizi assistenziali, il 59% dei posti letto occupati in area medica. Con una grande incognita, vista l’incompletezza dei dati forniti: una classificazione del rischio “non valutabile da oltre 3 settimane”. Uno scenario equiparato al “rischio alto” e con una “probabilità di progressione non valutabile”. Lo aveva già spiegato il presidente dell’Istituto, Silvio Brusaferro, nella conferenza stampa di giovedì: “La Valle d’Aosta, per un motivo di difficoltà a raccogliere i dati dovuta anche al numero di casi significativo che si sono verificati in queste settimane, per un periodo consistente ha fatto fatica a presentarli”. Una situazione ritenuta un “marker” di “grande difficoltà del sistema”.

La “confessione” della Calabria – Tra le aree che hanno subito le misure più restrittive, la Calabria è l’unica ad avere tra le spie rosse quella della “Dichiarata trasmissione non gestibile in modo efficace con misure locali (zone rosse)”. Un “Sì” caso raro tra le 21 Regioni e Province autonome, visto che la ‘confessione’ è stata replicata solo dalla Sicilia. Eppure quando è arrivato il lockdown governativo, Nino Spirlì, reggente della Regione dopo la morte di Jole Santelli, ha parlato di “rabbia e sgomento”. I numeri raccontano un’altra storia: oltre alla segnalata trasmissione non gestibile in maniera efficace con misure locali, la Calabria ha anche un problema con il personale dedicato al contact tracing, all’effettuazione dei tamponi, alla gestione dei pazienti in isolamento domiciliare e dei contatti stretti in quarantena. A questa attività si dedica meno di una risorsa umana (0.8) ogni 100mila abitanti. Con un indice Rt pari a 1,84, focolai attivi in aumento e un rischio superiore al 50% di andare in difficoltà con i posti letto occupati nelle terapie intensive e nei reparti Covid, ecco spiegata la decisione del governo osteggiata dalla Regione, nonostante l’ammissione riguardo all’incapacità di controllare l’epidemia con zone rosse locali.

La Puglia in affanno con i servizi sanitari – Tra le tre dimensioni di cui tiene conto l’Iss, la Puglia è in difficoltà principalmente sulla tenuta dei servizi sanitari. È da ricercare principalmente in quella area delle tabelle il motivo per il quale la Regione guidata da Michele Emiliano è finita in zona arancione. Dalla Puglia arrivano dati completi ed esaustivi, ma non sempre brillanti. Anzi. L’indice Rt è pari a 1,47, i focolai attivi sono in crescita e la probabilità di occupazione delle terapie intensive al 30% e delle aree mediche dedicate ai pazienti Covid al 40% è stimata “più del 50%” nei prossimi 30 giorni. Difficile anche la situazione per quanto riguarda il rapporto tra positivi e casi testati, il 21,3% nella settimana tra il 19 e il 25 ottobre con 3.091 contagi accertati su 14.527 test diagnostici effettuati. E solo per il 74,2% dei casi rintracciati ad ottobre è stata effettuata una regolare indagine epidemiologica con ricerca dei contatti stretti. Due “allerte” sulla capacità di resilienza dei servizi sanitari territoriali che hanno spinto la Puglia – in accoppiata con Rt e rischio saturazione degli ospedali – ad essere classificata complessivamente in un rischio “alto”.

Le spie del rischio “alto” anche in Sicilia – Il colore arancione per l’Isola inizialmente ha sorpreso anche molti esperti. I problemi con i tamponi, i focolai nelle Rsa e l’incognita dei posti in ospedale rendono però chiaro anche empiricamente quali siano le motivazioni. Che poi si ritrovano guardando ai parametri. L’indice Rt è all’1,38, con un aumento della trasmissione del virus classificato come alto: solo in un’altra regione, la Calabria, è catalogato allo stesso modo. Guardando ai parametri che riguardano i focolai, invece, si vede come in Sicilia nel periodo di riferimento ce ne siano stati 218 nuovi. In merito ai posti in ospedale, inoltre, i parametri evidenziano la sofferenza: la probabilità di superare le soglie critiche per la terapia intensiva e i ricoveri è superiore al 50%. D’altronde, come evidenziato nelle tabelle, dalla stessa Regioni Sicilia è stata segnalata (come dalla Calabria) una trasmissione del virus “non gestibile in modo efficace con misure locali”. Eppure, il governatore Nello Musumeci ha poi smentito la sua stessa richiesta di aiuto, parlando di una scelta “assurda e irragionevole”. Il rapporto tra positivi e casi testati è ancora basso rispetto ad altre regioni (7,9%), ma anch’esso in aumento.

Campania: Rt basso, ma dati “parziali” sugli ospedali – La regione amministrata da Vincenzo De Luca è diventata per molti l’oggetto dello scandalo: “Perché loro gialli e noi rossi?”, hanno detto la vicina Calabria e le regioni del Nord che hanno oggi le restrizioni più dure. Il principale valore che fa capire perché la scelta invece è basata sui dati è l’indice Rt: in Campania è uguale a 1,29. Nel periodo 26 ottobre-2 novembre solo in altre 5 regioni il contagio ha corso meno velocemente. Anche la classificazione del rischio è “moderata” e non alta. Il motivo? Risiede principalmente nel tasso di occupazione delle terapie intensive: attualmente infatti è al 14% e la probabilità che arrivi a superare il 30% (la soglia di allerta) è considerata molto bassa. Questo non significa che la situazione possa cambiare velocemente e la Campania possa diventare arancione o perfino rossa. Lo stesso Iss avverte che la proiezione del fabbisogno di posti letto “non è attendibile” perché i dati sono “in via di consolidamento e parziali”. Un altro indicatore a cui la regione deve stare attenta è il rapporto tra casi positivi e casi testati: nella settimana di riferimento era al 10,5%, più basso di quello di tutte le altre zone rosse (tranne la Calabria). Il parametro però è in aumento. La Campania invece appare per ora virtuosa nella ricerca dei contatti stretti: l’indagine epidemiologica è stata effettuata per il 100% dei casi positivi. Anche in questo caso, però, i dati sono riferiti a settembre. Per questo la valutazione potrebbe presto cambiare.

Rischia anche la Liguria: trasmissione “sottostimata” – Per ora è gialla, ma rischia presto di cambiare colore. Il motivo principale risiede in uno degli indicatori che misura la capacità di monitoraggio delle regioni. In particolare, sul totale dei positivi segnalati, la Liguria è stata in grado di indicare la data di inizio sintomi del contagiato solo nel 49,4% dei casi, meno della metà. Per questa ragione, l’Iss ritiene che l’indice Rt calcolato (1,35) sia “verosimilmente sottostimato”. L’aumento di trasmissione del virus è quindi classificato come “non valutabile”, che però viene equiparato nella tabella a un rischio alto. Inoltre, la Liguria ha una probabilità elevata (superiore al 50%) di occupare più del 30% dei posti di terapia intensiva e più del 40% dei ricoveri disponibili. Ha anche un rapporto tra casi positivi e casi testati che supera il 15% e a ottobre ha eseguito la ricerca dei contatti stretti di meno della metà dei contagiati segnalati. Se i nuovi dati dovessero quindi confermare che l’Rt attuale è sottostimato, potrebbe arrivare la stretta.

Il Veneto e la bassa probabilità di un’escalation – La regione di Luca Zaia, per stessa ammissione del suo governatore, si trova in una situazione simile. La capacità di monitoraggio è classificata come “sotto-soglia”, anche se in leggero aumento: solo Basilicata, Valle d’Aosta e Abruzzo fanno peggio nel parametro di riferimento. Quindi per l’Iss l’Rt del Veneto, che nella settimana 26 ottobre-2 novembre era appena sotto la soglia critica dell’1,5, è “sottostimato”, come quello ligure. A differenze della regione amministrata da Giovanni Toti, però, il Veneto ha una probabilità bassissima di arrivare a occupare il 30% delle terapie intensive o il 40% dei ricoveri e quindi di avere un’escalation nei prossimi 30 giorni. Il tasso di occupazione era rispettivamente al 7 e al 10%, sempre molto basso. Le brutte notizie arrivano invece dal rapporto tra positivi e casi testati: dal 19 al 25 ottobre era al 21,3%, sui livelli della Lombardia. E anche il tracciamento già nel mese scorso cominciava a traballare, con solo il 74,7% dei casi per cui è stata effettuata l’indagine epidemiologica. “Dopo il giallo scatta il rosso nei semafori, serve attenzione”, ha detto lo stesso Zaia. Che i dati li conosce.

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