Suona come un lutto nazionale la scomparsa di Gigi Proietti. Vale per tutti, ma in special modo per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo di persona, credo. Con lui mi capitò di chiacchierare a lungo tre anni fa, davanti al suo Globe Theatre e un’aranciata, perché gli era piaciuta la mia recensione sul suo Edmund Kean pubblicata proprio qui sul Fatto, qualche giorno prima.

Poi altre volte, quasi sempre per lavoro, ma questa è un’altra storia. Stamattina nel rullo quotidiano tra social e notizie m’imbatto in questa foto che sembra vera, invece si rivela splendido trucco di photoshop. Ma l’idea è forte. E chissà se qualcuno, come si dice a Roma, se l’accollerà: un murales raffigurante il primo piano del suo Mandrake in Febbre da Cavallo. Un ritratto alto quanto l’intera facciata di un palazzo a Torpignattara.


L’ho notata oggi per la prima volta questa colorata pagina Facebook omonima del quartiere stretto tra Prenestina e Casilina. Su Rai Uno intanto iniziavano a scorrere le immagini dal funerale. Feretro immerso nelle rose che girellava su quel macchinone scuro tra Campidoglio, Villa Borghese e i luoghi cari al maestro Gigi. Quindi fino al nido shakespeariano costruito a inizio millennio, il palco del Globe, con allievi, colleghi e gli amici di sempre, la sua grande famiglia a salutarlo.

Alcuni, commossi, al microfono, altri sulle balconate ad anello riservate al pubblico. Tutti costretti a distanza sociale e mascherina per quest’assurda malattia del 2020, che lui per ottimismo non nominava mai, pur rispettandone i limiti imposti dall’amministrazione comunale per mettere in scena quella che sarebbe a sua ultima stagione al Globe Theatre.

In un vortice di pensieri, ricordi personali e di sue performance indimenticabili, mi sono uscite dalla penna, anzi, dalla solita tastiera, alcune parole in versi per questo gigante della nostra contemporaneità, caro Maestro d’Arte, Teatro, Cinema e Comicità, che con me fu gentile e profondissimo interlocutore, quanto intellettuale attento. Perciò vi riporto qui di seguito alcuni versi dedicati a lui, tra scombussolate rime e un po’ di commozione.

A Gigi Proietti

La periferia c’avrà n’sacco de difetti,
però da oggi ce starebbe proprio bene
‘sto dipinto bello grosso.
Guardate mpo’ che idea sto fotosciop:
pure si sta fermo quer capoccione là
ride e batte forte come n’core,
novo ma vecchio pure.

Questo perché appartiene a tutti.
N’faccione amato come pochi
ch’ha preso a mandrakate i farabutti,
e c’ha fatto ride sempre,
maggicamente facendoce senti’ più belli e colti,
ma pure, allegramente, ‘mpoco buffi.

Dicevo prima,
Roma c’ha sempre avuto ‘nsacco de difetti,
ma oggi soride amara, e piagne più de tutti,
e je s’allarga er core,
perché saluta co’ l’inchino,
come faceva lui sul palco, Gigi Proietti

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