Avevo detto ai miei 25 lettori che su questo blog avrei seguito le audaci imprese di Mattia Feltri e del suo Buongiorno quotidiano su La Stampa. Non per il piacere della lettura ma per vedere fino a che livello poteva spingersi la sua tendenza alle genericità, confusioni, anacronismi, a superare di volta in volta in fantasia le sue invenzioni farlocche sul musulmano padovano felice sposo di una dodicenne o sul tangentaro Poggiolini assolto dalle accuse.

Oggi comunico che questa mia indagine si chiude, non per stanchezza mia ma per manifesta inferiorità di qualsiasi altra futura trovata rispetto a quella uscita oggi. Il Buongiorno dedicato a Denis Verdini dopo la sua condanna definitiva in Cassazione resterà insuperabile come esempio di quali intrecci (meglio intrallazzi), confusione di ruoli, sconfinamenti caratterizzino certo giornalismo italiano.

Ci racconta Feltri della sua amicizia con Verdini, nata in occasione dei dopocena fiorentini passati a guardare insieme le videocassette del processo a Pietro Pacciani (che invidia!), proseguita quando lo stesso Verdini diventò editore del Foglio e non certo dimenticata negli anni in cui Verdini, come parlamentare, si trasformò in costituzionalista per stilare una riforma della Costituzione poi finita male.

Ovviamente Feltri non sa nulla del processo del suo amico, ma si fida di Giuliano Ferrara che lo definisce “brutale e spicciativo”. Io mi chiedo come possa essere spicciativo un processo che dura anni e attraversa tre gradi di giudizio nel corso dei quali l’imputato, per evitare le brutalità dell’accusa, si avvale della difesa di un principe del foro come l’avvocato Coppi.

In ogni caso, ci fa sapere Feltri, Verdini per lui non è una vittima del nostro brutale sistema giudiziario né un colpevole (perché le sentenze non contano una cippa quando non piacciono), ma solo quel vecchio simpaticissimo amico che “in redazione lo travolgeva col vigore dei suoi abbracci”.

Ecco perché smetto la mia indagine: penso che si sia raggiunto il culmine della negazione di quella regola fondamentale del buon giornalismo che si chiama la giusta distanza. Qui la sola distanza tra chi informa, gli avvenimenti e le persone oggetto della sua informazione è quella consentita dalle “tenaglie” che Verdini spalancava per “rinserrare dentro” in un affettuoso abbraccio il suo amato cronista ogniqualvolta lo incontrava.

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