A circa due anni e mezzo dal divieto imposto dalla Cina di importare rifiuti di plastica e non potendo contare su un sistema di riciclo capace di assorbire l’accumulo, all’Europa non basta aver ‘dirottato’ i rifiuti verso i paesi del Sud-Est asiatico come Malesia, Thailandia e Indonesia o verso la Turchia, che tra il 2016 e il 2018 ha aumentato di sette volte le sue importazioni. Perché fino al bando di Pechino le esportazioni di rifiuti plastici in Cina rappresentavano l’85% del totale europeo. Così in alcuni paesi, come Italia e Spagna, sono aumentati i roghi di rifiuti. Mentre quelli dell’Europa dell’Est hanno assunto un ruolo strategico come nuovi importatori, a volte anche solo di facciata, per offrire un punto di transito e poi spedire illegalmente i rifiuti nel Sud-Est Asiatico. Dietro queste triangolazioni c’è spesso la criminalità organizzata. Come sottolinea l’Interpol in un recente rapporto, poi, “recenti episodi di violenza associati a casi di smaltimento illegale di rifiuti potrebbero rivelare profili nuovi”. In Francia, nell’agosto 2019, il sindaco della città di Signes è stato ucciso per aver tentato di impedire lo scarico illegale di rifiuti da un camion.

LA CONVENZIONE DI BASILEA – Nei prossimi giorni la Commissione europea dovrà ratificare i nuovi emendamenti della Convenzione di Basilea (in vigore dal 1° gennaio 2021) riguardo alle spedizioni tra nazioni di alcune tipologie di rifiuti in plastica. “Insieme a numerose ong europee, abbiamo scritto alla Commissione Ue per chiedere che anche le spedizioni di rifiuti in plastica tra Stati europei vengano vietate col recepimento dei nuovi emendamenti, perché è un fenomeno in rapida crescita negli ultimi anni e che ci preoccupa molto”, ha spiegato a ilfattoquotidiano.it Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. Mentre l’Interpol ha già messo in guardia “sulla necessità di aumentare i controlli”, vista la capacità che le organizzazioni criminali hanno mostrato negli ultimi due anni di eludere le leggi e sfruttare le difficoltà di smaltimento dei vari paesi.

L’EUROPA CHE IMPORTA I RIFIUTI – Se nel rapporto ‘Le rotte globali, e italiane, dei rifiuti di plastica’ pubblicato nel 2019 da Greenpeace, si spiega che i rifiuti raggiungono l’Asia anche attraverso triangolazioni con altri paesi europei dove i controlli sono meno accurati e che tra il 2017 e il 2018 l’export verso la Romania è aumentato del 385 per cento, in una recente analisi la Corte dei Conti Ue fornisce i dati sugli incrementi che si sono registrati in diversi Stati tra il 2016 e il 2019. n Slovenia +68%, in Polonia +30%, in Repubblica Ceca +26%, in Spagna +25%, nei Paesi Bassi e in Francia +20% circa. E che gli Stati membri possono fungere da punti di transito lo ha dimostrato anche l’operazione Green Tuscany, coordinata dall’Europol, nel corso della quale lo scorso anno sono state arrestate 96 persone. Facevano parte di un gruppo della criminalità organizzata che trasportava illegalmente rifiuti di plastica dall’Italia alla Cina, passando per la Slovenia. Alcune imprese slovene, infatti, fornivano a ditte italiane documenti attraverso i quali si attestava che i rifiuti erano stati riciclati prima di essere inviati in Cina. Sono state scoperte 560 spedizioni illegali di rifiuti, per 8 milioni di euro.

IL RAPPORTO DELL’INTERPOL – Nel recente rapporto ‘Tendenze criminali emergenti nel mercato globale dei rifiuti di plastica da gennaio 2018’ l’Interpol analizza diversi fenomeni. Quello più evidente è proprio l’aumento delle importazioni illegali di rifiuti di plastica non solo nei paesi del Sud e Sud-Est asiatico, ma anche in quelli dell’Ue, in particolare dell’Europa dell’Est. I rifiuti possono essere smaltiti illegalmente in questi paesi europei o ‘deviati’ verso impianti di riciclaggio non autorizzati nei paesi dell’Asia. Dal rapporto emerge che se “l’Asia è il principale importatore, epicentro del commercio globale, ma anche di quello illegale”, l’Europa è sì il principale esportatore, ma è “un attore chiave anche dal punto di vista delle importazioni”. Ma l’Interpol spiega chiaramente che, per compensare la perdita di accesso al mercato cinese non basta dirottare i rifiuti nel Sud-Est Asiatico o in altri paesi europei. Spesso vengono smaltiti in modo irregolare o direttamente nei paesi dove sono stati prodotti, o nei paesi importatori, vicini o lontani. Si va dall’incenerimento illegale allo scarico nei siti non autorizzati, dal riciclaggio illegale all’incendio. Il 40% dei paesi che ha fornito dati all’Interpol sull’evoluzione del trattamento illegale dei rifiuti nei loro territori dal 2018 ha segnalato un aumento di attività illecite. In Europa l’hanno denunciato Repubblica Ceca, Francia, Irlanda, Italia, Slovacchia, Spagna e Svezia. Da un lato, negli Stati che prima esportavano i loro rifiuti in Cina sono aumentati smaltimento nelle discariche illegali e roghi, sia accidentali che intenzionali. Dall’altro, nei paesi importatori, la fornitura di rifiuti in rapida crescita ha alimentato impianti di riciclaggio non autorizzati e discariche illegali.

LA CONVENZIONE DI BASILEA – In occasione della Conferenza delle Parti della convenzione di Basilea, dietro la proposta della Norvegia e sotto una forte spinta della Commissione Europea, nel 2019 sono stati approvati degli emendamenti che classificano molti rifiuti in plastica come pericolosi o difficili da riciclare e, quindi, soggetti all’obbligo di notifica e di autorizzazione preventiva. Oggi, però, la bozza del documento sul controllo delle spedizioni a cui lavora la Commissione, sembra fare dei passi indietro. “Se quanto scritto sulla bozza venisse confermato, l’Unione Europea subirebbe un grande danno ambientale, perché permetterebbe ad alcune tipologie di rifiuti plastici pericolosi di venire inceneriti per la produzione di energia, ma anche politico”, spiega Giuseppe Ungherese. L’articolo 11 della Convenzione di Basilea consente di modificare gli accordi solo a condizione che venga garantito lo stesso livello di protezione ambientale. “In questo caso – sostiene Greenpeace – permettere il libero scambio di rifiuti plastici potenzialmente pericolosi, non solo per il riciclo ma anche per la produzione di energia tramite l’incenerimento, non soddisfa tale condizione”.

GLI ESCAMOTAGE – E potrebbe avere un effetto negativo, ancor più nei paesi dell’Est, dove già oggi le importazioni dei rifiuti di plastica sono cresciute anche a causa di una carenza di controlli. Qui è più semplice ricorrere alle discariche e si pagano tasse e prezzi per lo smaltimento inferiori rispetto ad altre realtà europee. La criminalità sfrutta la dipendenza dalle discariche per esportare e smaltire illegalmente i rifiuti, magari riuscendo a far passare con documenti falsi anche quelli pericolosi. “L’Ue, poi, impone regimi di controllo più rigorosi – spiega l’Interpol – sui rifiuti destinati al recupero esportati in paesi non Ocse (anche confinanti con l’Ue) rispetto alle esportazioni all’interno dell’Ue”. Qui è più facile far passare rifiuti anche pericolosi per quelli inclusi nelle ‘liste verdi’, soggetti solo a obblighi generali di informazione e non a notifiche e autorizzazioni preventive. Secondo l’Interpol, questo spiega il perché siano aumentate le spedizioni illegali all’interno dell’Ue. Repubblica Ceca e Romania sono tra i paesi in cui determinati fenomeni sono più frequenti: “Le spedizioni di rifiuti falsamente etichettate come ‘per il recupero’ finiscono per essere smaltite o bruciate, poiché la struttura di destinazione viene modificata una volta che la spedizione entra nel paese”. Una recente operazione ha permesso di far luce su una spedizione illegale partita dal Regno Unito e messa in piedi da cinque gruppi criminali organizzati: migliaia di tonnellate di rifiuti, sulla carta ‘plastica destinata al riciclo’ in Polonia dove, invece, proprietari di discariche illegali l’hanno bruciata dietro un compenso di milioni di euro.

L’INCENERIMENTO E L’EXPORT MILIONARIO TRA ITALIA E ROMANIA – L’aumento di roghi e quello di discariche illegali all’interno dell’Ue non sono gli unici fenomeni osservati. Cresce anche l’incenerimento. “L’industria del cemento – scrive l’Interpol – viene utilizzata a tal fine, perché è consentito incenerire molti tipi di rifiuti per il recupero energetico”. In Irlanda, l’industria del cemento brucia una quantità crescente di rifiuti di plastica, anche perché il Paese ha urgente bisogno di un’alternativa alla Cina, dove finiva il 95% dei rifiuti di plastica riciclabili domestici. E poi c’è l’industria del cemento in Romania, che ingoia ‘carburante-spazzatura’ a prezzi irrisori rispetto alla media europea. Gli scandali sull’infiltrazione mafiosa delle cosche italiane nelle discariche rumene, infatti, non hanno fermato determinati interessi e il commercio del combustibile derivato dai rifiuti, che oggi si chiama ‘combustibile solido secondario’ è da sempre un settore di interesse della criminalità organizzata. Nei cementifici, costruiti anche vicino a centri abitati, arrivano anche rifiuti che non dovrebbero arrivare con effetti devastanti per la salute dei cittadini.

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