Settant’anni di storia repubblicana senza una politica nazionale contro la povertà. Poi, in 15 mesi, il Reddito di inclusione del governo Gentiloni e il Reddito di cittadinanza del Conte 1 che lo ha sostituito. Dietro l’accelerazione, un percorso politico innescato da un gruppo di pressione e proposta trasversale: l’Alleanza contro la povertà, che a partire dal 2013 ha riunito tra gli altri Acli, Caritas, il Banco alimentare, l’Anci, i sindacati confederali, il Forum del terzo settore, ActionAid e Save the children. A raccontare da dentro la storia di questa “lobby dei poveri” è Cristiano Gori, ordinario di Politica sociale all’università di Trento, che è stato l’ideatore e fino al 2019 il coordinatore scientifico dell’Alleanza. E più di recente ha coordinato la scrittura di una proposta di reddito di emergenza universale per tutelare durante la pandemia chi non ha altri aiuti. Il suo Combattere la povertà – L’Italia dalla social card al Covid-19 (Laterza) è “una via di mezzo tra saggio e diario”: da un lato i dati e l’analisi delle politiche nella loro stesura e attuazione, dall’altro gli episodi inediti e le tappe finora sconosciute grazie alle quali è nato un “nuovo settore del welfare“. Una svolta cruciale che Gori paragona all’introduzione del Servizio sanitario nazionale nel 1978.

La costruzione dell’Alleanza, che ha messo insieme soggetti sociali eterogenei e in alcuni casi storicamente lontani dalla concezione di un reddito minimo per tutti (si pensi ai sindacati), è stata di per sé un’impresa inedita. A renderla necessaria e possibile sono stati i numeri – la grande crisi del 2008 ha quasi triplicato i poveri assoluti in Italia, portandoli a 5 milioni – e la consapevolezza che serviva una coalizione di esperti in grado di elaborare proposte “chiavi di mano” e di far pressione su governo e Parlamento. A tenerla unita è stata la scelta “di circoscrivere lo sforzo condiviso alla povertà assoluta”, a costo di “non affrontare con la stessa puntualità e decisione”, riconosce Gori, “alcune questioni particolarmente sensibili” come i criteri di accesso al reddito minimo per gli stranieri e le implicazioni delle differenze di costo della vita tra aree geografiche. Questioni che in seguito nemmeno la politica ha affrontato in modo efficace.

Dal mettersi insieme e costruire una proposta convincente (il Reddito di inclusione sociale, Reis, presentato nel 2014) a farsi ascoltare dai governi ce ne passa. Il libro è anche un racconto della “decisa insistenza” con cui l’Alleanza ha fatto lobbying, in particolare durante i governi Renzi e Gentiloni nel percorso che ha condotto al Rei. Fino ad allora c’erano state solo la berlusconiana Social card – solo 40 euro al mese e per una platea estremamente ridotta – e la sperimentazione del Sostegno per l’inclusione attiva partita durante il governo Letta grazie all’impegno del ministro del Welfare Enrico Giovannini e della vice Maria Cecilia Guerra. Per una misura universale occorrevano finanziamenti ben più corposi. “E le scelte in merito erano saldamente in mano al presidente del Consiglio, Renzi, che non era un sostenitore particolarmente fervente di una misura di reddito minimo”, ricorda Gori. Di lì gli sforzi per raggiungere chiunque potesse influenzarlo: politici locali, parlamentari, consiglieri. Alla vigilia della legge di Bilancio per il 2016, però, ancora non c’era alcuna certezza: da “una delle persone più vicine al premier” arrivavano sms rassicuranti, poi “ad un convegno un autorevole componente del governo dichiarava che purtroppo non sarebbe stato possibile trovare i fondi”. Intanto il soggetto che mostrava più interesse per il tema era il Movimento 5 stelle, allora all’opposizione, che già nel 2013 aveva depositato la sua proposta di Reddito di cittadinanza. La battaglia sembrava persa. Finché arrivò una telefonata: nella manovra lo stanziamento per una prima versione di reddito minimo ci sarebbe stato.

Ma il Rei non era destinato a durare molto. Con l’arrivo al governo di M5s e Lega, nel 2018, sarebbe stato sostituito dal Rdc da sempre cavallo di battaglia dei pentastellati. Sulle differenze tra le due misure l’analisi di Gori è approfondita e si concentra soprattutto sul diverso “modello di costruzione” all’opera nel 2016-2017 e nel 2018-2019. Nel primo caso un disegno condiviso, con il coinvolgimento degli attori sociali rappresentati nell’Alleanza i cui tecnici affiancarono i consiglieri e consulenti della presidenza del Consiglio e i parlamentari di maggioranza (non senza divergenze, come sulle risorse che si sarebbero fermate a 1 miliardo contro i 7 chiesti dall’Alleanza). Nel caso del Rdc un modello accentrato, che “ha visto i tempi della politica prevalere su quelli dei tecnici” anche per arrivare all’obiettivo di erogare il primo assegno prima delle elezioni europee. La misura, secondo Gori, ha paradossalmente pagato il prezzo di essere “non (solo) una risposta contro la povertà ma la misura più importante in materia di welfare del governo, nonché la bandiera identitaria del Movimento 5 Stelle”. Troppo al centro del dibattito politico e dell’attenzione mediatica, insomma, perché ci fosse modo e tempo per scriverla nel modo migliore. A questo, secondo l’autore, va sommata la volontà di non avviare interlocuzioni con l’Alleanza perché “il Movimento intendeva intestarsene appieno la paternità”. E così “un atto di estrema complessità è stato elaborato da un gruppo assai ristretto di individui, privi di specifiche competenze sulla materia in oggetto, che l’hanno predisposto in tempi assai rapidi e senza consultare alcun soggetto esterno”.

Se a questo si aggiunge il diktat di mantenere nel testo finale i “780 euro mensili per i single” che erano stati il mantra del M5s negli anni precedenti, il risultato sono le tante distorsioni della misura. Dalla scala di equivalenza che penalizza fortemente le famiglie con figli (“una scala che aumenta così poco non ha eguali nelle politiche di welfare del mondo occidentale”, annota Gori) e attribuisce ai nuclei più ristretti somme “non di rado superiori ala soglia di povertà assoluta, che disincentivano l’accettazione di posti di lavoro” alla discriminazione nei confronti degli extracomunitari. Per quanto riguarda l’aspetto dell’inclusione lavorativa, il libro mette anche in luce un “cortocircuito surreale”: nonostante il testo finale del decreto sul Reddito abbia assegnato “un ruolo paritario ai percorsi di inclusione lavorativa e a quelli di inclusione sociale”, il governo ha continuato a presentarlo – e difenderlo nella polemica politica – come se l’unico focus fosse ancora quello di trovare ai beneficiari un lavoro. “A venire promosso presso l’opinione pubblica”, insomma, “non fu il Reddito effettivamente approvato bensì la storica proposta del Movimento, fondata appunto sul binomio povertà/lavoro”. Diffondendo l’aspettativa che chi riceveva il sussidio avrebbe presto trovato un’occupazione. Difficile capire se nell’alimentare il cortocircuito abbia pesato più il rapporto con la Lega o il timore di smentire gli obiettivi annunciati agli elettori fino a quel momento. Certo è che dopo circa un anno dall’introduzione, poco prima della caduta del Conte 1, “si è assistito a una netta virata da parte dei suoi promotori” e addirittura lo slogan “una rivoluzione per il mondo del lavoro” è stato eliminato dal sito. Il messaggio è cambiato, spostandosi sul concetto di redistribuzione e vita dignitosa.

Ma “ormai, per i più, il Rdc è una misura innanzitutto d’inserimento occupazionale e il mancato raggiungimento di questo obiettivo ne decreta il fallimento. E’ troppo tardi per proporlo nella nuova veste di intervento indirizzato alla tutela dei diritti dei poveri. E a farne le spese rischiano di essere proprio questi ultimi”. Senza i 5 Stelle, tira le somme Gori, “è difficile immaginare in che modo, e con che tempi” si sarebbe arrivati a stanziare 8 miliardi l’anno per il contrasto alla povertà: il Movimento “ha agito come se le pluridecennali resistenze dei decisori italiani a occuparsene neppure lo sfiorassero”. D’altro canto però “debole è stato il ricorso alla ragione, che avrebbe dovuto tradursi nel dar vita a interventi capaci di rappresentare le modalità più appropriate per aiutare i poveri”.

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