Finalmente con “Il ricovero più lungo del west” inizio a intravedere una luce in fondo al tunnel: speriamo solo non sia un treno che viaggia verso la mia direzione… Se nel precedente post vi ho messo a parte dell’operazione chirurgica per installare quella birbantella della Peg (rimembrate il tubicino inserito nello stomaco che viene collegato a una flebo per alimentarmi?), in questa faccio il mio esordio in terapia intensiva… a dire il vero era semi-intensiva, ma intensiva fa il suo effetto! Tranquilli: passare la notte in quel reparto pieno di vita era già in cartellone, così han deciso i medici.

Dopo aver felicemente concluso l’operazione, vengo indi condotto all’Intensiva (come la chiamano gli amici) e posizionato al centro dei sette letti disponibili: mi sentivo un pascià! Comunque mi guardo attorno e alla mia sinistra scorgo una serie di macchine impilate una sull’altra, delle quali consulto i dati e sono tutti confortanti: mo’ chi mi ammazza più, se non la francesina?

Nel mentre noto, con soddisfazione, che il desk delle infermiere è a un passo dal mio letto: tale fattore è fondamentale per chi ha la voce bassa – e la mia è degna di un pulcino afono – e per chi è tanto pigro da preferire l’immobilismo – e in codesta disciplina sono cintura nera – poiché se hai bisogno sai che i tuoi aiutanti ti possono sentire. Ovviamente scopro che le infermiere la notte si trasferiscono in una stanza attigua; come un falco, non appena le vedo in “fuga”, le bracco e spiego loro del pulcino afono: “Stai tranquillo, se hai bisogno ti sentiamo”, (non) mi rassicurano le infermiere, che temo non conoscano quella viziata della francesina.

Perché ogni volta che devo girarmi nel letto o che ho un dolore da posizione le mezz’ore a chiamarle passano come niente, mentre io passo una notte di ordinaria follia. Per non parlare della macchina per misurare la pressione, che ogni 10 minuti mi stringe il braccio svegliandomi più volte. Alla fine più che il pascià di cui sopra, mi sento lo zimbello del reparto.

L’alba timbra il cartellino e io sono già im-paziente di sloggiare, ancora ignaro della sofferenza che mi attende: infatti non appena arrivato all’Intensiva mi mettono il catetere, al cui apice si trova una specie di preservativo ove inserire il membro. Per sicurezza le infermiere han pensato bene di mettere del cerotto attorno al pene – il mio – per bloccare il catetere… però poi bisogna anche toglierlo il cerotto, maremma maiala!

Dulcis in fundo arriva la lettiga che mi riconduce sulle piangenti colline lecchesi in quel della Cattoclinica, dove vengo accolto alla stregua di un reduce della Grande guerra: probabilmente mi avevano dato per spacciato… ma “chi non muore si rivede”.

Camice Bianco sembra contento di vedermi – devo essere un tipo simpatico – e, per la felicità della mia giugulare, mi comunica che nel giro di pochi giorni mi estrarranno il Cvc (il catetere che si inserisce nel collo), mentre io gli pongo la domanda da un milione di dollari: “Quando potrò mangiare per bocca?”. Perché fin dagli albori del ricovero è vietato agli alimenti di attraversare il cavo orale. “Al momento direi nulla, e poi solo cibi come gelato, budino…”.
Che cosa?! Ma io voglio mangiare ben altro.

E se da una parte, dopo 50 giorni senza cibo, temevo di incontrare ulteriori difficoltà nel deglutire, dall’altra sono diversi anni che le tengo sotto controllo: tra le tante pietanze cui ho rinunciato si annovera anche il mio piatto preferito – le cotolette impanate con patatine e zucchine, mamma che delizia! – ma sull’argomento avrò modo di struggermi in una puntata ad hoc. Per cui so il fatto mio in materia della mia deglutizione, quindi disubbidisco e, di straforo, comincio a mangiare qualcosa: galeotto fu il taleggio.

Due settimane dopo, tornato tra le mura di casa, facevo i conti con l’ingombrante eredità che il ricovero più lungo del west mi ha lasciato: una pancia distrutta, che dopo poco tempo mi impedisce di rimanere seduto, ma, cosa ben più grave, non riesco più a bere birra! Dal ricovero la mia vita si divide idealmente in due parti (prima dell’avvento della Peg e dopo), al pari del Belpaese e della sua prima e seconda Repubblica, ma con una sola differenza: che nella mia prima la Democrazia Cristiana non esisteva (niente Peg dunque), mentre nella seconda, ahimè, Berlusconi c’è per entrambi… (the end).

Che c'è di Bello - Una guida sulle esperienze più interessanti, i trend da seguire e gli eventi da non perdere.

ISCRIVITI

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Crisi, una Via per uscirne c’è ed è l’ultima occasione: ora o mai più

next
Articolo Successivo

Coronavirus, non c’è solo il corpo da curare e proteggere ma anche la salute mentale

next