“Il Mare Fuori è l’attimo in cui si spalanca una finestra e lo sguardo spazia fino a orizzonti infiniti, dove, come miraggi, i sogni imprigionati danzano vividi”. Quegli “orizzonti infiniti” sono appunto i sogni di libertà e speranza. È iniziata così, lo scorso 23 settembre, la bella serie tv di Rai Due “Mare Fuori”. La storia, diretta da Carmine Elia con Carolina Crescentini e Carmine Recano, racconta le vicende degli adolescenti rinchiusi nell’Istituto di Pena Minorile di Napoli. Storie difficili contrassegnate dalla violenza, dalle quali c’è sempre qualcuno che prova a scappare e salvarsi. L’Istituto Minorile è realmente sul mare e ospita settanta detenuti: 50 maschi e 20 femmine. Quando entrano i ragazzi hanno sempre meno di 18 anni.

FQMagazine ha incontrato Massimiliano Caiazzo, che interpreta Carmine, il personaggio chiave di “Mare Fuori”. “Scappare dalla Camorra si può – spiega Massimiliano -, bisogna avere punti di riferimento positivi”. Carmine proviene da una nota famiglia di camorristi ma cerca in tutti i modi di fuggire dalle grinfie della famiglia, lavorando come parrucchiere e sognando di costruire un futuro con la sua ragazza. Un tragico evento lo costringe ad entrare in carcere e nonostante le forti pressioni interne ed esterne, riesce a non cadere nella tentazione di entrare nel circolo malavitoso. La serie tv è ben girata con un cast di attori giovanissimi di alto livello, tra questi si segnalano Nicolas Maupas, Giacomo Giorgio e Valentina Romani. Il messaggio sociale è importante. Nonostante queste ottime premesse “Mare Fuori” si è fermato a uno zoccolo duro di 1.550.000 spettatori pari al 6.8% di share, dati Auditel della scorsa puntata. Un ottimo prodotto schiacciato al mercoledì dalla forte concorrenza, anche in casa Rai, di “Chi l’ha visto”, le partite su Rai Uno o gli speciali di Alberto Angela.

Carmine è il personaggio chiave della serie. Fugge dalla Camorra, secondo te è possibile fuggire dalla malavita?
Sì, è possibile. Non mi riferisco solo al contesto di una famiglia malavitosa, ma ai tanti tipi di violenza psicologica e fisica che questi ragazzi subiscono. Secondo me è sempre possibile evadere attraverso la scelta di una alternativa. In qualche modo è quello che si cerca di fare anche negli istituti penitenziari, ossia affiancare questi ragazzi a persone che diventino loro punti di riferimento. Un percorso importante soprattutto per questi adolescenti che ancora non sanno distinguere il bene dal male. Nel caso di ‘Mare Fuori’ è il comandante che cerca di aiutare Carmine.

Sei entrato in contatto con i ragazzi dell’Istituto di Pena Minorile di Napoli, quali sono state le tue impressioni?
Nel momento in cui varchi la porta dell’Istituto cambia l’energia che si respira nell’aria. C’è un carico di tensione allucinante. Mi ha colpito l’attenzione delle guardie nei nostri confronti, che eravamo lì come visitatori. Ho provato una immensa tenerezza nei confronti di alcuni dei detenuti. Giovanissimi con uno sguardo dolce. Mai e poi mai avrei detto che ragazzi così potessero finire poi rinchiusi in cella. C’è stato anche chi, mentre noi visitatori giravamo, stava in disparte oppure si assentava come assorto nei propri pensieri. Ho preso questo spunto per cercare di dare credibilità al mio personaggio che spesso si defila, come per cercare dentro di sé alcune risposte irrisolte della vita.

Come mai l’età dei detenuti si abbassa sempre di più con il passare degli anni?
Più sono piccoli e meno strumenti hanno per scindere il bene dal male. Si segue l’unica strada che si conosce. Nessuno nasce buono, cattivo, criminale, serial killer o avvocato. Ognuno di noi diventa ‘qualcuno’ in seguito al contesto sociale dove è cresciuto.

Quali storie si celano dietro tutta la violenza di questi ragazzi?
Tutto ha una origine. C’è sempre un motivo per cui si agisce in un determinato modo. Spesso queste azioni sono mosse da un tentativo di farsi accettare o ingraziarsi una persona a cui si vuole bene. Alla base quello che spinge all’azione una persona è sempre un groviglio di emozioni.

Ti sei mai ritrovato in mezzo a situazioni borderline?
Ho visto amici prendere brutte strade e con qualcuno ho avuto possibilità di parlare per confrontarmi, prima di iniziare le riprese. L’ho fatto per capire perché si sceglie di intraprendere una vita così. La cosa che mi ha colpito di queste persone è che stanno sempre “ ull’attenti”, si guardano attorno come se dovesse sempre succedere qualcosa da un momento all’altro. Nel parlare con loro, confesso che in qualche modo mi sono sentito ‘in colpa’ perché sono stato fortunato: ho scelto la recitazione.

Cos’ha rappresentato per te la recitazione?
Io, come molte persone, ho attraversato un periodo della vita in cui mi vergognavo di mostrare chi ero. Con la recitazione mi sono ‘liberato’ e mi sono sentito molto più leggero. Non avrei mai pensato qualche anno fa di intraprendere questa carriera.

Se non avesse recitato chi sarebbe oggi Massimiliano?
Ero iscritto all’Università in Biotecnologie, andavo a lezione ma al posto di seguire studiavo i copioni. Ho provato a fare altro, ma la strada del cinema era la più forte di tutte.

Il messaggio di speranza di ‘Mare Fuori’ è arrivato a destinazione?
Mi sono arrivati un sacco di messaggi. Oltre a chi ti fa i complimenti per l’aspetto fisico, mi hanno colpito molto alcune storie. Una ragazza era indecisa se entrare a lavorare all’Istituto di Pena Minorile e alla fine si è convinta, dopo aver visto la serie. Un ex detenuto mi ha scritto dicendo che le storie erano pazzesche e corrispondenti alla realtà. Insomma anche solo aver regalato un granellino di speranza a qualcuno per me è un gran successo.

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