“L’Abbazia di Santa Maria di Corazzo è un’abbazia fondata dai benedittini nell’XI secolo in prossimità del fiume Corace in Calabria, ricostruita successivamente dai cistercensi nel XII secolo, danneggiata una prima volta dal terremoto del 27 marzo 1638 e ancora dopo dal disastroso terremoto del 1783. Dopo questa data il monastero venne progressivamente abbandonato e spogliato delle opere artistiche che conteneva: le sue rovine sono visibili in località Castagna, una frazione di Carlopoli, in provincia di Catanzaro”.

Il Comune calabrese per presentare l’Abbazia sul suo portale ha scelto di utilizzare Wikipedia. Poche righe per descrivere un luogo importante. Identificativo, non solo per la realtà locale. Anche perché la storia della struttura s’intreccia inestricabilmente con quella di Gioacchino da Fiore, l’abate autore di tante opere di carattere religioso.

Quindi, peccato che ai resti conservati non sia stato dedicato alcun concreto interesse dagli enti preposti, almeno dal 2005, quando sono state realizzate opere di consolidamento alle strutture murarie. Prima, nel 1986, un consolidamento statico delle murature residue associato ad una campagna di scavi archeologici eseguiti dalla British School e successive indagini, scavi e studi da parte della Sovrintendenza.

Ma dopo l’abbandono, ecco la svolta. Forse. Nel 2018 la Regione l’ha inserita tra i beni di attrazione culturale e di rilevanza strategica, decidendo di finanziarne il restauro attingendo alle risorse europee affidate alla Calabria per il periodo 2014-2020. Un restauro da 1,2 milioni di euro finanziati dal Fondo europeo di sviluppo regionale.

Diversi interventi conservativi alle strutture e poi pareti in cristallo e tetto in legno lamellare. Per realizzare un ambiente polivalente, utilizzabile come museo dell’abbazia o sala per i visitatori e per gli incontri per le scuole. “Si tratta di un intervento di tipo conservativo, ma allo stesso tempo innovativo, poiché mira alla cristallizzazione dei ruderi, alla loro messa in sicurezza e alla valorizzazione di alcuni spazi contigui”, ha spiegato Pasquale Lopetrone, responsabile del patrimonio architettonico della Soprintendenza archeologica per Catanzaro, Cosenza e Crotone. Tutto bene, quindi? Non sembra.

La senatrice Margherita Corrado ha presentato una interrogazione al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini per chiedere chiarimenti sull’intervento. In particolare “se non ritenga di sollecitare gli uffici centrali del dicastero non solo ad un’attenta verifica della qualità del progetto di restauro in ordine alla compatibilità con i valori paesaggistici e architettonici del sito, ma anche della correttezza dell’iter amministrativo interno alla Sabap, senza trascurare di approfondire le motivazioni del dirigente o dei dirigenti dell’ufficio che hanno assentito al descritto percorso”. La parlamentare del M5s, ma anche archeologa calabrese, non è la sola a muovere critiche.

“Realizzare il progetto nella maniera prevista significherebbe condannare le meravigliose rovine dell’abbazia ad una confezione di vetri e metalli, per niente leggera, che in futuro potrebbe impedire di valorizzare nel suo insieme il complesso architettonico. In più punti della struttura sono presenti numerosi e potenti accumuli di terreno alluvionale che si sono depositati nel corso del tempo per l’azione del fiume o per quanto è caduto dall’alto delle montagne circostanti. Bisogna partire da questo”. Francesco Cuteri, l’archeologo medievista, autore della scoperta a Monasterace Marina del celebre mosaico di età ellenistica, raffigurante draghi marini e delfini, non ha dubbi.

“L’intervento previsto, è triste ammetterlo, denota una scarsa conoscenza delle vicende architettoniche dell’abbazia, una totale lontananza dallo spirito cistercense, una disarmonia con il contesto, una visione misera e riduttiva del patrimonio culturale calabrese”. Non è tutto. Cuteri, giustifica la sua netta contrarietà, sostenendo di trovare “veramente assurdo che qualcuno […] decida di creare ciò che non c’è mai stato, deturpando, chiudendo spazi aperti, realizzando bagni all’interno delle più antiche strutture che ad oggi l’abbazia mostri, immaginando di creare uffici o uno spazio espositivo che troverebbe invece buona collocazione in uno dei bei palazzi abbandonati di Carlopoli”.

In attesa dei chiarimenti che il ministro Franceschini certamente vorrà dare, non rimane che sperare che il progetto finanziato valorizzi realmente l’abbazia, senza stravolgerne i resti. Che le nuove architetture non cannibalizzino quelle antiche. Che le nuove aggiunte non impediscano future indagini archeologiche. Perché anche all’Abbazia di Corazzo a parlare devono continuare ad essere solo le pietre. Niente altro.

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