Milano è rossonera. Quattro anni dopo l’ultima volta, il Milan vince il derby. E va in testa alla classifica, a punteggio pieno, con un solo gol subito. No, probabilmente non è ancora da scudetto, e nemmeno a livello dell’Inter, che viaggia su un’altra dimensione tecnica e societaria. Però con Ibrahimovic, con la gestione Pioli, è di in grado di batterla. Specie se l’Inter è questa nuova squadra di Conte, pazza come sempre, bella quanto piace al mister, ma davvero squilibrata, troppo fragile difensivamente per vincere.

A San Siro finisce 2-1, doppietta di Ibra, gol di Lukaku. Un match con tre reti segnate, almeno il triplo sfiorate, occasioni a non finire, ritmi indemoniati, almeno fino a quando le squadre ne hanno avuto, da una parte e dall’altra. Una partita senza senso, si direbbe in altri casi ma non in questo, perché è proprio il calcio che vuole o semplicemente sa giocare l’Inter in questo momento. Mentre il Milan, con le idee chiarissime, ci si è adeguato e ci è andato a nozze, capitalizzando tutti i limiti degli avversari. E poi davanti c’è sempre Ibrahimovic, che è davvero un totem, un riferimento non solo di personalità ma anche tecnico, più forte dell’età, persino del Covid (è uscito dalla quarantena solo pochi giorni fa). Il derby si è deciso in mezzora, la prima, quella in cui i nerazzurri hanno sbandato paurosamente e i rossoneri hanno scavato il vantaggio sufficiente ad arrivare in fondo. Conte stavolta aveva gli uomini contati, ma anche perché queste sono state le sue scelte sul mercato. Dietro c’è un solo difensore di ruolo, De Vrij, più due terzini adattati. Per giocare la palla, per far partire la manovra. Ma la difesa deve anche difendere e quella dell’Inter per ora non sembra in grado di farlo. Bastano un paio di lanci in profondità per mandarla in tilt. Era già successo con la Fiorentina all’esordio, era costato la vittoria a Roma con la Lazio, nel derby è letale. Prima Kolarov viene bruciato da Ibrahimovic, lo affonda in area e gli regala il rigore che lo svedese realizza dopo una ribattuta di Handanovic. Poi D’ambrosio viene lasciato sul posto da Leao, che trova perfettamente in mezzo all’area ancora Ibra, ancora perso da Kolarov. In nemmeno un quarto d’ora il Milan è già avanti 2-0. Come un anno fa, ma senza rimonta, nonostante l’Inter ci abbia provato e ci sia quasi riuscita.

Croce e delizia, anello debole dietro, l’asse mancino formato da Kolarov e Perisic è però anche un’arma in più in avanti: sono loro a confezionare l’azione che porta al gol di Lukaku, classico tap-in su cross basso che taglia la difesa rossonera. Nella ripresa l’Inter non cambia idea né atteggiamento, e d’altra parte non potrebbe sotto nel punteggio. Cambia l’attenzione nel tenere le distanze, ma forse è il Milan a calare leggermente, sempre presente, sempre tonico ma meno pungente nelle ripartenze. Pioli rinuncia alla velocità di Leao, sembra un errore nell’immediato ma alla lunga paga, perché anche l’Inter cede alla fatica e con gli avversari schierati su due linee compatte crea sempre di meno col passare del tempo. Hakimi divora il pareggio davanti a Donnarumma, ma dopo quello poco o nulla. È vero, ci sarebbe anche un rigore, controverso, per un’uscita in ritardo di Donnarumma, ma l’arbitro si cava d’impaccio cancellando il penalty al Var per un fuorigioco ancor più discutibile (l’ultimo tocco che serve Lukaku in realtà è di Kjaer). L’ultimissima occasione, in pieno recupero, è sempre di Lukaku, di tacco, parato. L’Inter può recriminare per quel rigore negato, ma dovrebbe farlo molto di più per i suoi errori difensivi: per Conte è già tempo di preoccuparsi. Milano è di nuovo rossonera. Da quanto non accadeva.

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