Basta con la gestione emergenziale, per la fondazione Leone Moressa servono canali legali per permettere a stranieri e immigrati di lavorare in Italia. Questo l’appello rilanciato, durante la presentazione a Roma del rapporto 2020 sull’economia dell’immigrazione, di fronte a un Paese che ha negli ultimi dieci anni, di fatto, sbarrato le porte d’accesso agli immigrati extracomunitari in cerca di occupazione, costretti a utilizzare soltanto la via dei ricongiungimenti familiari o le richieste d’asilo.
Se gli occupati stranieri nel nostro Paese sono circa 2,5 milioni, l’aumento nell’ultimo decennio è stato pari a 600 mila unità. “Il nostro rapporto sfata un luogo comune, quello per cui l’immigrazione sarebbe un costo per l’Italia”, spiega Enrico Di Pasquale, della fondazione Leone Moressa. Al contrario, il rapporto evidenzia come non soltanto l’immigrazione contribuisca quasi a un decimo del Prodotto interno lordo italiano (9,5%) e come tasse e contributi dei lavoratori immigrati valgano per 18 miliardi di euro. Ma anche come il rapporto costi-benefici sia in attivo, per quanto riguarda l’impatto fiscale: “Il saldo è positivo per circa mezzo miliardo”, si legge. Numeri frenati dalla scarsa mobilità sociale, dal lavoro nero e dalla presenza irregolare.
Eppure, come hanno spiegato i ricercatori della fondazione Leone Moressa, quella dei lavoratori stranieri è “un’occupazione poco qualificata, complementare e che non entra in competizione rispetto all’occupazione italiana”. “La sanatoria 2020 è stata un primo passo importante, ma non può bastare, perché per i requisiti restrittivi scelti ha coinvolto poco più di 220mila persone, una piccola parte degli irregolari. Servono quindi vie legali”, rilancia Chiara Tronchin. Dati alla mano, ha comunque già generato un gettito immediato di circa 30 milioni di euro, oltre che un impatto futuro potenziale di 360 milioni annui. “I lavoratori stranieri sono per lo più giovani, quindi incidono poco su pensioni e sanità, non pesando per il momento sulle voci maggiori della spesa pubblica”, si spiega. Rispetto agli effetti della pandemia di Covid-19, nonostante il rapporto non fotografi ancora i dati più recenti, “è chiaro che l’impatto sarà forte, essendo stati colpiti settori come agricoltura e lavoro domestico nei quali la presenza dei lavoratori stranieri è rilevante”, anticipa Di Pasquale.
Mentre l’Unar, l’Ufficio nazionale anti discriminazioni razziali, evidenzia i possibili effetti positivi della modifica dei decreti Salvini: “La reintroduzione del sistema di accoglienza Sprar, le protezioni speciali e soprattutto la possibilità di ottenere la residenza per i richiedenti asilo permetteranno passi in avanti sulla sicurezza e sul tema dei diritti”. Ma, avverte la fondazione, non è ancora sufficiente: “Ora serve ripristinare vie legali per l’accesso al mercato del lavoro”. E non solo. C’è anche la questione della cittadinanza, non più rinviabile secondo l’Unar: “Ormai è un’urgenza nazionale, il Parlamento deve avere coraggio”, rivendica il direttore Triantafillos Loukarelis. Lo stesso Ufficio antidiscriminazioni, durante e dopo l’emergenza sanitaria, ha registrato infine l’incremento del fenomeno dell’hate speech (i discorsi d’odio, ndr), soprattutto sui social network: “Ci sono molti episodi e casi di razzismo, un linguaggio che va dall’antisemitismo alle teorie complottiste ai danni dei migranti e degli stranieri. Si può concludere che, molto probabilmente, la pandemia ci ha cambiati, ma in peggio”, ha concluso Loukarelis.

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