di Emanuele Bompan

Manca circa una settimana alla pubblicazione della bozza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza redatta dal governo, bozza che sarà presentata al Parlamento italiano e alla Commissione europea prima della sottomissione del documento finale a inizio 2021.

Insieme alla legge di Bilancio, questo è il più importante documento di programmazione economica per il paese; un documento che permetterà di attingere alle risorse di NextGenerationEu, che prevede ben 209 miliardi di euro per l’Italia (in prestiti e fondo perduto). Una delle linee guida di questo Piano nazionale, noto con l’acronimo Pnrr, si basa sul Piano Nazionale Energia e Clima (Pniec), un documento redatto lo scorso anno per delineare il percorso con cui l’Italia può raggiungere i suoi obiettivi nell’ambito della politica europea già approvata, che prevede la riduzione delle emissioni del 40% al 2030 rispetto ai livelli del 1990.

Ora però la Commissione Ue, tramite Ursula von der Leyen, ha annunciato di voler perseguire un obiettivo di riduzione delle emissioni di CO2 del 55% al 2030, in vista delle emissioni zero al 2050, ed è per questo fondamentale aggiornare il Pniec.

Per capire la potenzialità degli investimenti green, rafforzando gli obiettivi italiani di decarbonizzazione, creando un piano strategico con i fondi del NextGenerationEu, Italian Climate Network ha coordinato la realizzazione di uno studio per capire come questo potrebbe impattare sull’occupazione, specie nella fase critica che sta attraversando l’economia italiana.

Lo studio, appena pubblicato – Il Green Deal conviene. Benefici per economia e lavoro in Italia al 2030 – è stato realizzato dall’associazione Està (Economia e sostenibilità). Ponendosi come obiettivo le zero emissioni per l’Italia entro il 2050, il lavoro ha analizzato quali sono i settori in cui occorre investire prioritariamente e le relative ricadute in termini di ricchezza e di occupazione affinché nel 2030 questi obiettivi vengano raggiunti congiuntamente, dando un vantaggio economico e occupazionale strategico al Paese.

I risultati rivelati dalla analisi economiche sono molto importanti. Un aumento del 78% degli investimenti proposti dal Pniec, necessari per l’obiettivo emissioni nette zero al 2050, comporta un incremento dello 0,5% annuo di Pil e 530mila occupati complessivi in più (ovvero 2,5-3%) al 2030.

Inoltre, se gli investimenti pubblici e privati aggiuntivi da qui al 2030 fossero indirizzati verso lo sviluppo di innovazione tecnologica green (ad esempio, pannelli solari o sistemi di accumulo di ultima generazione), per ogni miliardo addizionale crescerebbero ulteriormente gli occupati stabili di 6000 unità e il Pil di 10 miliardi di euro.

“Parliamo di investimenti importanti”, spiega Serena Giacomin, presidente di Italian Climate Network, “ma possibili se si mette insieme il Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza, il budget 2021-2027 della Ue e l’emissione di green bond e la legge di bilancio, investimenti che potranno creare centinaia di migliaia posti di lavoro e far avanzare finalmente il Paese nella direzione di uno sviluppo prospero e sostenibile. Un impatto rilevante che darebbe all’Italia un vantaggio sul medio e lungo termine di competitività internazionale, permettendoci di posizionarci tra i paesi più avanzati”.

Se con il Pniec attuale si individuano solo 14 miliardi di nuovi investimenti, un nuovo piano clima potrebbe avere una portata e impatti economici da sei a otto volte maggiori. I settori interessati maggiormente sono i trasporti, le energie rinnovabili, la riqualificazione del patrimonio immobiliare, l’agricoltura.

Il tema dei green jobs è l’elemento centrale per una ripresa basata sulla decarbonizzazione. Si possono investire soldi in progetti del vecchio mondo, come autostrade e ponti stradali, dove si dà lavoro a società che nascono e falliscono nel tempo dell’appalto, lasciando disoccupati dopo poco tempo tanti lavoratori; oppure si può investire formando e dando lavoro alle professioni del lavoro, dagli energy manager agli esperti di riqualificazioni energetiche, dagli addetti dell’economia circolare agli operai specializzati in veicoli elettrici.

Una ricerca Censis Confcooperative pubblicata a inizio 2020 ha mostrato che entro il 2023 uno ogni cinque posti di lavoro nuovi sarà in questo campo, oltre il 50% in più di quelli creati dal digitale, che non riuscirà ad andare oltre 214mila nuovi occupati, e il 30% in più di quelli prodotti da tutte le imprese della filiera salute e benessere.

Le professioni verdi più richieste sono quelle legate all’innovazione tecnologica e di prodotto, in settori chiave come la chimica, l’automazione e, ovviamente, energia ed edilizia. “Ci sono il chimico verde, legato tanto al disinquinamento quanto allo sviluppo di nuovi materiali; il data analyst/scientist legato all’innovazione digitale; l’esperto del marketing ambientale, l’esperto di acquisti verdi o in gestione dell’energia (Ege)”, spiega Marco Gisotti, autore del libro 100 green jobs per trovare lavoro. Guida alle professioni sicure.

Il tema delle competenze verdi – e quindi della formazione – è fondamentale non solo per le figure green più richieste, ma in generale per tutto il mercato del lavoro. “Secondo gli ultimi dati del Sistema informativo Excelsior i quattro quinti di tutti i contratti programmati dalle aziende italiane (a tempo indeterminato o a tempo determinato, ma in ogni caso della durata superiore a un mese) sono destinati a persone che abbiano queste competenze“, continua Gisotti. In generale, perciò, una formazione specialistica e specializzata in termini ambientali ripaga di ogni sforzo.

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