Le ultime persone che sono entrate nella pubblica amministrazione con il ruolo di direttore penitenziario lo hanno fatto nel 1996. E’ stata l’ultima volta che qualche giovane da poco laureato ha dedicato il proprio impegno a studiare le leggi che regolamentano la pena, a ragionare sulla gestione delle carceri, a immaginarsi in quel difficile ruolo provando entusiasmo per quel possibile suo futuro.

Sono 24 anni che non viene bandito un nuovo concorso. Ventiquattro anni nei quali i direttori più anziani sono andati in pensione, gli istituti sono rimasti senza gestione, il personale è inevitabilmente invecchiato perdendo parte dell’energia iniziale.

Il lavoro di direttore penitenziario è di enorme valore sociale, umano e professionale. Il direttore è allo stesso tempo un garante delle leggi internazionali e interne, è colui che deve assicurare il rispetto della sicurezza e il buon andamento delle prospettive di risocializzazione, è una sorta di sindaco di quella piccola cittadina che è la comunità penitenziaria e che spesso si trova ad affrontare tutti i problemi di una cittadina. Un lavoro che richiede fatica, entusiasmo, gratificazione pubblica, ma che può anche determinare burn-out.

Da anni Antigone sottolinea la necessità di infondere energia nuova al sistema. Da anni chiediamo che nuovi direttori di carcere vengano assunti dallo Stato. I direttori sono coloro che devono dare gambe e anima all’articolo 27 della Costituzione. Non si possono lasciare le carceri senza direttore. E’ la figura centrale di ogni istituto, dal più piccolo al più grande, da quello cittadino a quello periferico, da quello di massima sicurezza a quello a custodia attenuata. E’ il direttore che imprime la direzione, appunto, alla vita che si svolge in carcere. E’ lui o lei che creerà opportunità di reintegrazione, che raccorderà il carcere con il territorio circostante, che bandirà ogni uso non necessario nella forza.

Lo scorso 22 settembre si attendeva la pubblicazione delle date per lo svolgimento delle prove preselettive per un concorso che avrebbe dovuto mettere a bando 45 posti di dirigente penitenziario. Ma tale pubblicazione non c’è stata. Piuttosto, il Ministero della Giustizia ha comunicato che a causa del Covid la notizia (addirittura: la notizia di quando nel futuro si terranno i test di preselezione, neanche il concorso stesso) era rimandata al prossimo gennaio.

Eppure altri concorsi vanno avanti regolarmente. Quello fondamentale della scuola, ad esempio, che coinvolge ben 64.000 persone, a fronte delle circa 11.500 domande pervenute per la direzione delle carceri. Non si poteva trovare una soluzione sicura dal punto di vista sanitario, con scaglionamenti nel tempo e nello spazio e altre accortezze? Se lo è chiesto anche il senatore Franco Mirabelli con un’interrogazione parlamentare rivolta al ministro della Giustizia.

Allarma che non ci sia stata la volontà politica di farlo. In Italia lo 0,4% del personale penitenziario è composto da dirigenti, a fronte di una media europea dell’1,9%, oltre quattro volte superiore. Delle 100 carceri visitate da Antigone lo scorso anno, poco più della metà (53) avevano un direttore di ruolo. In 37 il direttore era invece incaricato anche in un altro istituto, mentre in 9 era in missione da un altro carcere e in uno addirittura era del tutto assente.

Un dirigente che svolge doppie o triple funzioni non può dare una risposta adeguata al delicato e complesso meccanismo dell’esecuzione penale. Se vogliamo un sistema capace di muoversi nel solco della Costituzione e di abbattere la recidiva garantendo la sicurezza dei cittadini, dobbiamo cambiare quella mentalità di fondo che relega il carcere agli ultimi posti delle priorità pubbliche. Il lavoro del direttore di carcere, così come quello delle altre figure professionali che vi operano, deve essere valorizzato e gratificato. Da esso dipende una parte rilevante della nostra vita collettiva.

Abbiamo avuto bravissimi direttori che hanno assicurato una gestione oculata e ragionevole degli istituti nei momenti più bui della nostra storia recente. E’ importante assumere giovani direttori e direttrici che si collochino in questo solco. D’altronde oggi il diritto penitenziario si approfondisce in molte Università (penso al Master in Diritti dei detenuti e Costituzione di Roma Tre o a momenti di alta formazione dell’Università di Torino). Ci sono centinaia di giovani che da mesi e forse da anni studiano per un concorso perennemente rinviato. Non li si deluda. La loro aspettativa coincide con un bisogno profondo della nostra giustizia.

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