di Andrea Taffi

In questa fase di convivenza forzata con il Covid-19 post lockdown, un’immagine mi è presentata alla mente tante volte, troppe, purtroppo. L’immagine è quella di Alberto Sordi, che, nelle vesti del Marchese del Grillo, nell’omonimo film, pronuncia la famosissima frase: “Perché io so’ io e voi non siete un c…”.

Ecco, una vicenda che, in queste ultime settimane, quell’immagine me l’ha ricordata spesso è quella legata alle vicissitudini del campionato di calcio di serie A, alle prese con una gestione sempre più difficile, delicata e pericolosa dei contagi da Covid-19. Nonostante il calcio sia, in termini di diffusione del coronavirus, paragonabile solo alle discoteche, il rapporto calcio-Covid-19 è del tutto particolare e unico nel panorama nazionale (e mondiale, direi).

Nonostante, infatti, in una squadra del nostro campionato di serie A sia scoppiato un autentico focolaio, che in altri ambiti e circostanze avrebbe portato al blocco totale, la dirigenza nazionale del calcio (e non solo, per la verità) non prende nessuna decisione concreta e si barcamena (in maniera che a me sembra disperata) dietro a protocolli e procedura sempre più complicate: le squadre colpite non scendono in campo (vorrei anche vedere), le partite che le riguardano sono rinviate (idem).

Ma la politica del pallone a questo si limita: il campionato di calcio va (deve andare) avanti, con buona pace di tutti quelli, come me, che si fanno tanti (troppi) problemi. Io me ne farei davvero una ragione, se non fosse che nel resto dell’Italia che non sia uno stadio (o un ritiro o un campo di allenamento) tutti noi siamo costretti a indossare le mascherine, a mantenere il distanziamento sociale, a misurarci la febbre e a misurarla ogni giorno ai nostri figli che vanno a scuola, perché anche una sola linea di febbre superiore ai 37,2 costringe lo studente, l’insegnante, chiunque lavori a rimanere a casa. Tutto giusto, tutto corretto. Peccato, però, che non valga per il calcio.

In buona sostanza, ci è stato detto che quando 22 giocatori corrono vicinissimi, si abbracciano, si contrastano su un campo da calcio, facendo uscire dal loro corpo sudore e goccioline di saliva (sudore e goccioline di saliva che per strada ci farebbero rabbrividire e ci farebbero fuggire terrorizzati) lì, sul quel campo di calcio, non producono alcun effetto negativo da Covid-19.

Insomma, è come se avessimo scoperto che il Covid-19, una volta dentro a uno stadio, smettesse di fare il cattivo e si mettesse anche lui a guardare la partita. Del resto, come giustificare altrimenti l’idea (poi bloccata, per fortuna) di riempire gli stadi italiani fino al 30% della loro capienza, se non si fosse convinti che il Covid-19 è un tifoso di calcio?

Qualcuno dirà che parlo così perché non mi piace il calcio, mentre qualche altro dirà che sono un ingenuo. Forse è così, non lo so. Di sicuro percepisco un concetto, lo stesso così chiaramente espresso dal Marchese del Grillo e adattato ai tempi moderni: il calcio è il calcio e tutti gli altri non sono un c…

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