L’esplorazione dell’identità di genere, oggi sempre più fluida e mutevole, è l’obiettivo di Gender Project, mostra itinerante di fotografia sociale realizzata dall’artista e performer riminese, Veronique Charlotte, che ha fotografato 100 modelli volontari, facendoli spogliare di fronte al suo obiettivo. E non solo dei loro vestiti. Un “archivio collettivo” come lo definisce l’artista, che sarà esposto dal 7 all’11 ottobre al Ride di Milano, ex scalo di Porta Genova, per dar vita “non a una rivoluzione, ma un’evoluzione” (di cui trovate il programma qui). La cinque giorni – oltre che essere animata da dj set, spettacoli drag e performance – sarà anche un momento di dialogo aperto per la comunità LGBTQAI+ di Milano, tra cui Milano Pride, famiglie arcobaleno, alcune personalità della comunità transgender, Jo Squillo, Toilet Club e Perimetro. “Gender Project è la rappresentazione della gentilezza al di fuori di ogni categorizzazione”, ha spiegato Veronique Charlotte, “sono partita dall’ascolto, senza pregiudizio o etichette dettate dai ruoli che la società ci impone, al fine di catturare l’essenza degli individui che animano queste città. Un racconto corale, nato da un’idea, ma poi realizzato grazie alla spontaneità della rete sociale che si è creata e grazie alla quale stiamo costruendo una geografia”.

“Il progetto ci è sembrato molto originale – racconta a ilfattoquotidiano.it uno dei volontari della Milano Pride, Enrico Caruso – un’opportunità per la nostra comunità di educare e portare avanti le nostre istanze. Tanto più che a causa della pandemia, quest’anno il Milano Pride non c’è stato se non in versione digitale”. Enrico, ricercatore scientifico di biologia molecolare, da tanti anni è anche un attivista LGBTQAI+ e per Gender Project si è improvvisato modello: “Farmi fotografare da Veronique è stato un momento molto intimo. Abbiamo parlato, non mi sono messo in posa, non ho neanche potuto vedere i miei scatti, perché lo stupore di vedersi per la prima volta, durante l’esposizione, fa parte del concetto e del processo di ‘gender'”.

In una Milano che ha appena approvato il ddl in materia di prevenzione e contrasto alla violenza e discriminazione per motivi di sesso, genere, orientamento sessuale e identità di genere, c’è ancora bisogno di educare sull’identità di genere? “Assolutamente sì. Il lockdown è stato difficile per tutti, soprattutto per le minoranze di genere e in particolare per i più giovani: rimanere in famiglie in cui non puoi vivere in maniera sincera e autentica il tuo genere crea molto stress”. Senza dimenticare la morte di Maria Paola Gaglione, uccisa dal fratello che non accettava la sua relazione con Ciro. “Non c’è rispetto per l’identità di genere e di questo hanno dato prova anche molti giornalisti: dovrebbero stare attenti alle parole che utilizzano perché con queste intessono la memoria collettiva, che ha un’effetto sulla vita delle persone”. Chiamare gli altri con le parole “giuste” per il movimento LGBTQAI+ è stata una conquista e resta un punto fermo, ma, spiega Caruso: “Dietro le sigle ci sono sempre delle persone, troppo fluide e complesse per star dentro a una semplice definizione”. Tant’è che in Gender Project non ne è stata utilizzata nessuna.

Gender project inizia con il dj set di Stella Carta a Noloso Milano (venerdì 2 ottobre) e un after party al Ral di Milano con dj Simone Bisantino & ElleVegas (sabato 3 ottobre). L’inaugurazione della mostra invece è prevista per il 7 ottobre.

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