Mentre scrivo questo post (è venerdì 25) la sentenza è stata solo annunciata. Forse, quando lo leggerete, sarà stata già eseguita.

La Corte suprema iraniana ha recentemente confermato la condanna all’amputazione di quattro uomini giudicati colpevoli di furto e attualmente detenuti nella prigione di Urmia: Hadi Rostami (33 anni), Mehdi Sharfian (37), Mehdi Shahivand (42) e Kasra Karami (40).

Secondo quanto dispone meticolosamente l’articolo 278 del codice penale islamico, “saranno tagliate quattro dita della mano destra in modo che restino solo il palmo della mano e il pollice”.

Karami è stato condannato il 12 febbraio 2017, gli altri tre il 19 novembre 2019.

Non vale neanche la pena sottolineare che due prigionieri abbiano denunciato di essere stati torturati affinché confessassero la loro colpevolezza e che altri due si siano difesi dichiarando di essere stati costretti a rubare a causa delle estreme condizioni di povertà.

Il punto è che pene quali le amputazioni, le frustate e gli accecamenti sono vietate dal diritto consuetudinario e anche dal Patto internazionale sui diritti civili e politici, di cui l’Iran è Stato parte, che proibiscono la tortura in ogni circostanza e senza alcuna eccezione. A poco valgono le affermazioni delle autorità iraniane, secondo le quali l’amputazione di quattro dita di una mano è un efficace deterrente contro i furti.

Secondo il Centro Abdorrahman Boroumand, solo quest’anno sono state emesse almeno 237 condanne all’amputazione delle dita, 129 delle quali eseguite.

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