Molti italiani che lo stanno sperimentando personalmente troveranno forse conferme e conforto, mal comune mezzo gaudio, nei dati di una ricerca condotta da Praxidia per Elior, gruppo della ristorazione collettiva, sulla pausa pranzo in epoca di smart working. Il committente certo è parte in causa ma il sospetto, suffragato dai numeri, è che lo smart working non sia sempre così smart. Stando alla ricerca la metà dei lavoratori dipendenti italiani, ritengono che la pausa in smart working sia più complicata da gestire rispetto al pranzo in ufficio. In particolare, tra gli intervistati che reputano più difficile gestire il break lavorando da casa, il 39% ritiene che sia più complesso mantenere un menu vario e bilanciato, il 42% percepisce il momento della pausa come meno rilassante con l’impossibilità di staccare davvero dal lavoro, mentre il 49% denuncia una minore possibilità di fare movimento e il 30% pensa di avere meno tempo per se stesso.

Insomma, cara vecchia mensa, chi l’avrebbe mai detto ma quanto mi manchi. Anche qui la “forma” della pausa pranzo è comunque in evoluzione: la tendenza alla maggiore velocità nella fruizione della pausa pranzo e una maggiore differenziazione delle esigenze alimentari, oltre alla crescente flessibilità dei modelli organizzativi è rilevata anche da San Benedetto. Relmi Rizzato, direttore risorse umane, ha sottolineato come l’esperienza del lockdown abbia costretto a rivedere le modalità di fruizione del servizio mensa e della pausa pranzo tra esigenze di evitare gli assembramenti e presenza al lavoro. La necessità di consumare il pasto alla scrivania ha fatto emergere il bisogno di pasti leggeri e diversificati.

In tema di perplessità emergenti legate alla diffusione del lavoro da casa da segnalare anche la decisione di pochi giorni fa del colosso bancario statunitense Jp Morgan. Negli Usa l banca ha ridotto drasticamente l’uso dello smart working fra i suoi dipendenti, a molti dei quali è stato chiesto di tornare in ufficio entro il 21 settembre. Secondo i vertici del gruppo infatti la soluzione “da casa” avrebbe avuto impatti negativi sia sulla produttività, sia sulla creatività dei dipendenti, a cominciare dai più giovani.

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