“Essere emigrante significa essere arrabbiati con il proprio Paese. Il mio, in un momento di difficoltà, mi ha costretto ad andare via”. Francesco Cassino ha 36 anni ed è originario della provincia di Caserta. Ha provato in tutti i modi a rimanere in Italia, ma dopo mesi e mesi passati a cercare un lavoro (“in nero, come bracciante, qualsiasi cosa”) è arrivata l’opportunità di trasferirsi in Albania e lavorare in un call center. È arrivato così a Tirana con tutta la sua famiglia. “Qui mi hanno accolto come un professionista, con entusiasmo, disponibilità. Mi hanno coccolato, viziato, fatto sentire a casa. E poi ci sono una marea di italiani”, racconta.

In Italia Francesco lavorava in un hotel con un contratto part-time. Ma non superava i 400 euro al mese. “La mia compagna guadagnava qualcosina in più. Avevamo una figlia appena nata, un affitto da pagare di 500 euro, bollette, gas, fatture – ricorda – Ho chiesto aiuto allo Stato, che in risposta mi ha dato una social card sulla quale mi caricavano 40 euro al mese per la mia bambina”. Francesco passa mesi a mandare cv per annunci di qualsiasi genere, forma, con o senza tutele. “Non c’era una soluzione che mi permettesse di dare un tenore di vita idoneo alla mia famiglia. A casa mia si faceva davvero fatica ad arrivare a fine mese”. Fino a quando ha capito che la situazione aveva raggiunto il limite.

Francesco racconta di aver avuto la “fortuna di leggere un annuncio di lavoro dall’Albania”. Fa le valigie, chiude la porta di casa e con compagna e figlia raggiunge Tirana. Trova lavoro in un’azienda di customer service nella capitale albanese, con uno stipendio iniziale di mille euro al mese, vitto e alloggio pagati (con casa di 110 metri quadri in centro e parcheggio privato). Qui ha trovato le possibilità che l’Italia non gli ha mai offerto e finalmente può dare alla sua famiglia quello di cui ha bisogno, senza preoccupazioni economiche.

Per chi viene da una realtà come il Sud l’Albania è “qualcosa a cui sei già abituato”, continua Francesco. Le persone sono “estremamente disponibili”, la maggior parte di loro parla italiano e “se non lo parla, lo capisce benissimo”. I vantaggi dal punto di vista economico sono “innegabili”. Nell’ultimo decennio sono aumentati i privati che hanno aperto aziende in Albania e “sono sempre più numerose le imprese che delocalizzano i propri settori di customer service qui”, aggiunge. La spesa quotidiana poi ha un costo inferiore rispetto all’Italia: un litro di latte 80 centesimi, un chilo di pane 80 cent. L’asilo di sua figlia Sophie non supera 80 euro al mese. Qualità della vita, insomma, leggermente inferiore “ma che ha un costo più basso”. Francesco ammette di sentirsi “appartenente all’élite di questo luogo”.

Mancano però servizi essenziali di base “che noi diamo per scontati: l’acqua potabile, in primis. Il sabato ci si può trovare senza acqua o energia elettrica per qualche ora – racconta –. In più non c’è il gas, tutto è elettrificato. Gli ospedali poi sono carenti, si è costretti ad andare nelle strutture private. La forbice sociale è ancora più amplificata: non esiste classe media”. Il terremoto del 26 novembre 2019 ha lasciato sgomento e paura. “Ma, insieme, stiamo cercando di risollevarci”, spiega. Durante le fasi della pandemia è rimasto in Italia, ma ora è già rientrato a Tirana.

Francesco si sente un amante tradito. Non ha mai smesso di mandare curriculum in Italia, di provare a tornare. “Sono quasi 5 anni che ci provo, ma non c’è nulla. Rispondo in media a 20 offerte di lavoro al mese. Senza risultato. Chi è che non vorrebbe tornare a casa? Il mio desiderio sarebbe stato quello di far iniziare la scuola a mia figlia in Italia. Ma questo non è possibile”.

I cugini e i fratelli più giovani di Francesco rimasti in Campania si ritrovano nella stessa situazione: “L’Italia è un Paese che non offre nulla, con forme contrattuali che non garantiscono alcuna garanzia – si sfoga –. Ci sono tante chiacchiere, ma le cose continuano a peggiorare”. Francesco si definisce una persona ambiziosa: “Non mi piace tirare a campare. Da qui a dieci anni in un modo o nell’altro mi vedo realizzato. E vorrei farlo nel mio Paese”. Il legame con i suoi genitori rimane fortissimo. “Loro soffrono molto più di me. Vorrei tornare solo per farli felici. Ma non si può azzardare nulla nella vita. In questo momento ho la responsabilità di aiutare la mia famiglia, la mia compagna e mia figlia. Senza l’Albania – conclude – avrei fatto la fame”.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

“Io, italiana nel pieno della pandemia in Colombia, dove gli ospedali sono pieni e senza attrezzature”

next
Articolo Successivo

“La Germania è competitiva, ma anche da stagista ti fanno sentire responsabile. Il mio consiglio? Partite”

next