Il 16 settembre è la Giornata mondiale dell’ozono, che ricorda la data di entrata in vigore del Protocollo di Montreal. Tema di questa edizione “Ozono per la vita: 35 anni di protezione dello strato di ozono”.

Gas strano, l’ozono, molecola instabile composta da tre atomi di ossigeno. Nell’aria a bassa quota, quella che respiriamo, è tossico, perché altamente reattivo e danneggia i nostri processi vitali, lo si usa infatti anche per disinfettare acqua e aria dal coronavirus, per la sua azione aggressiva sulle forme viventi. Ma nella stratosfera, a circa 30 chilometri di quota, diventa un prezioso e insostituibile mantello protettivo per difenderci dalla parte più energetica della radiazione ultravioletta emessa dal sole, che potrebbe danneggiare la vita generando tumori cutanei e mutazioni genetiche su animali e piante.

In sostanza l’ozono è un filtro solare naturale che fino agli anni Trenta del ‘900, quando la sua formazione era stata appena compresa dal geofisico britannico Sydney Chapman, faceva il suo lavoro indisturbato sopra le nostre teste. Poi abbiamo inventato i clorofluorocarburi o CFC noti anche come freon. Gas per il funzionamento di frigoriferi e condizionatori, e propellenti per bombolette spray. Sembravano chimicamente inerti e quindi perfetti per questi impieghi. E lo erano, ma solo a bassa quota. Dispersi nell’atmosfera e migrati ad alta quota, il cloro in essi contenuto dava luogo a una reazione chimica inattesa, che si mangiava l’ozono aprendo un pericoloso buco attraversabile dai raggi UV dannosi. Un atomo di cloro è in grado di far fuori mediamente 100.000 molecole d’ozono.

Poiché la reazione avviene più facilmente a basse temperature su piccoli cristalli di ghiaccio, il buco si aprì sulle zone polari, soprattutto in Antartide, ma cominciò a estendersi su importanti zone abitate dell’emisfero Sud: Nuova Zelanda, Australia, Sudafrica e Argentina furono via via costrette a emanare allarmi di protezione civile proibendo l’esposizione al sole delle persone durante le giornate più a rischio.

Le prime misure della colonna verticale di ozono da terra iniziarono nel 1957 sotto l’egida dell’Anno Geofisico Internazionale e del meteorologo britannico Gordon Dobson (1889-1975) da cui poi prenderà il nome la Dobson Unit, unità di misura della quantità verticale di ozono atmosferico. Nel 1974 il chimico americano Frank Sherwood Rowland dell’università della California insieme al suo studente messicano Mario Molina pubblicarono su Nature la prima evidenza che i CFC distruggevano l’ozono, affiancati dalle ricerche del chimico olandese Paul Crutzen: tutti e tre prenderanno il nobel per la chimica nel 1995 per questi pionieristici risultati.

Subito ci furono proteste da parte dell’industria che negò la scomoda denuncia: si narra che il presidente del gigante chimico Du Pont abbia detto che quei dati erano “pura fantascienza, un cumulo di spazzatura, un nonsenso”. Anche Robert Abplanalp, l’inventore delle valvole delle bombolette spray fece pervenire le sue proteste al rettore dell’università della California. Tutte storie che si ripeteranno poi più in grande con il cambiamento climatico, succede sempre così quando la scienza minaccia gli interessi economici!

I dati da satellite permetteranno però di confermare la presenza dell’enorme “buco” dell’ozono sul Polo Sud nel 1985 quando i meteorologi britannici Farman, Gardiner e Shanklin pubblicarono la loro chiara denuncia su Nature. Curiosamente i dati da satellite mostravano il buco fin dal 1976 ma vennero ignorati pensando si trattasse di errori di misura! Il buco del Polo Sud intanto si ingrandiva fino a circa 30 milioni di km2, cento volte l’Italia, e ne compariva uno più piccolo anche al Polo Nord.

L’allarme di sanità pubblica divenuto globale porterà sempre nel 1985 ad adottare la Convenzione di Vienna, un accordo che chiedeva cooperazione internazionale per definire norme vincolati contro i CFC. Il risultato si concretizzerà nel 1987 con il Protocollo di Montreal che nel 2009 raggiungerà la ratifica universale di tutti i 196 paesi. E’ il primo grande successo di giurisprudenza ambientale internazionale, frutto della scienza e della diplomazia: solo uno sforzo comune avrebbe potuto evitare danni irreversibili al pianeta e all’Uomo.

Su questo esempio di successo verrà poi costruito nel 1997 il Protocollo di Kyoto per la riduzione dei gas a effetto serra e oggi l’Accordo di Parigi sul clima, la cui applicazione è però molto più complessa in quanto mentre per i CFC esistevano alternative tecnologiche pronte e a prezzo ragionevole, sostituire in tempi brevi i combustibili fossili è molto più difficile in quanto investe sia interessi economici giganteschi sia gli stili di vita delle persone.

Gli effetti del Protocollo di Montreal hanno portato oggi a una lenta chiusura del buco antartico: la chimica americana Susan Solomon, tra le maggiori studiose della perdita di ozono stratosferico e membro dell’IPCC, in un articolo comparso su Science nel 2016, mostra che il buco si chiuderà forse nel 2050 se il protocollo di Montreal verrà scrupolosamente osservato, ma purtroppo si fanno strada evidenze di emissioni abusive probabilmente provenienti dalla Cina.

Potrebbe sembrare una storia a lieto fine, sicuramente ricca di insegnamenti per gli altri gravi problemi ambientali che ci assillano, ma la complessità del mondo che abbiamo messo in piedi porta a nuove sorprese: gli HFC, i gas che hanno sostituito i CFC, non dannosi per l’ozono, si sono infatti rivelati potentissimi gas serra, con potenziali di riscaldamento per molecola anche di 15.000 volte quelli della CO2! Per questo nel 2016 è stato firmato anche l’accordo di Kigali, un emendamento al protocollo di Montreal in vigore dal 2019, volto a ridurre a sua volta la produzione degli HFC che fortunatamente sono sostituibili dalle idrofluoroolefine (HFO).

Speriamo che non ci sia anche qui un altro effetto indesiderato a scoppio ritardato…

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