di Mattia Zàccaro Garau

Ogni quattro anni, con l’arrivo delle elezioni, si leva un coro semi-serio: tutti dovremmo poter votare il presidente degli Stati Uniti d’America, perché le decisioni dei successori di Washington influenzano l’intero pianeta. Nell’ultimo secolo l’hanno fatto sul piano economico e sociale, tecnologico e bellico. Questa volta il tratto più marcato dell’agenda presidenziale ’20-’24 che avrà ascendente sul resto del mondo, è quello scientifico e ambientale.

Si tratta di una sineddoche green: la Casa Bianca, che è solo una parte del mondo, non sarà più un mondo a parte – bensì la casa di tutti, con le sue scelte che riguarderanno il mondo. E c’è da augurarsi che possa essere finalmente una casa verde. Non solo perché gli Stati Uniti emettono il 22,2% delle emissioni di CO2 planetarie. Ma perché, senza neanche scomodare l’ecologia integrale incoraggiata da Papa Francesco nella Laudato Si’– è appurato che le decisioni ambientali dei singoli paesi riguardino la popolazione mondiale. L’inquinamento supera senza problemi i confini geografici, murati o meno. Si tratta di un problema globale da affrontare localmente: la questione glocal per eccellenza.

Il 3 novembre 2020 sapremo se tutti noi avremo ancora un inquilino della Casa Bianca che non crede al riscaldamento globale causato dalle attività umane. Donald Trump ha provveduto alla deregolamentazione sulle emissioni inquinanti – convinto dal fatto che il territorio americano sia al riparo dagli effetti del cambiamento climatico ancora per 25 anni. Questo tempo servirà all’accumulazione di fondi, ottenuti coll’incremento smodato dell’uso di carbone fossile, per fronteggiare poi le conseguenze di questo stesso utilizzo.

Una sorta di cortocircuito cognitivo: si aumenta la causa in vista della soluzione dell’effetto; si posticipa il problema, alimentandolo, per affrontarlo quando poi si sarà preparati. Ma ci si scorda che le catastrofi sono esponenzialmente imprevedibili. A suggello di questa politica di posposizione della sveglia-ambientale – ci sono le nomine a capo dell’Epa, l’agenzia per la protezione dell’ambiente e della salute. Prima il puro negazionista Scott Pruitt; poi Andrew Wheeler, lobbista delle fonti fossili e sponsor del capitalismo estrattivo. In quattro anni sono state cancellate le norme di controllo immesse da Obama.

Dall’altra parte, Biden promette di ristabilire nuovamente una regolamentazione forte sulle emissioni inquinanti. E soprattutto esplicita la necessità della transizione americana verso l’eco-sostenibilità. Una rivoluzione-verde da 10 mln di posti di lavoro. Tuttavia è arduo che il proclama di trasformare gli Usa nella superpotenza dell’energia pulita e di azzerare le emissioni entro il 2050 possa andare oltre lo slogan – stante l’ostinato rifiuto a proclamare lo stato di emergenza climatica o a fermare l’estrazione di petrolio tramite l’inquinantissima tecnica del fracking.

Gli elettori americani sceglieranno anche per noi tra un governo repubblicano certamente negazionista ed un governo democratico probabilmente inefficace – sicuramente ancora incapace di ammettere senza riserve che sia lo stesso sistema capitalistico ad essere insostenibile per il nostro pianeta.

Eppure durante le elezioni ultime elezioni, era il 97% degli studi scientifici sul riscaldamento globale a decretare che questo dipendesse da fatti antropici legati al capitalismo. Oggi il 100%. Negarlo, in termini scientifici, ha lo stesso valore di affermare che sia il sole a girare intorno alla terra, e non viceversa. Ma non dimentichiamo che in America, una persona su quattro, crede esattamente questo: il 26% della popolazione, ferma al II secolo d.C. e indietro di quattro secoli sul progresso scientifico, è geocentrica. Ad affermarlo è la Nsf, agenzia che sostiene la ricerca e la formazione in campo scientifico. E considerando che l’affluenza media delle presidenziali americane si attesta sul 55% – tutto è possibile.

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