C’è un problema in noi maschi: l’idea stessa di che cosa sia un uomo. Nel dirlo colgo la palla lanciata da Elena Tebano, sul blog la 27esimaora del Corriere, in cui invita a “mandare un segnale fermo contro […] l’idea della virilità come sopraffazione”.

Una luce va accesa e da uomo mi sento chiamato ad un esame di coscienza. Sono passate poche ore dalla morte di Maria Paola Gaglione, speronata dal fratello che voleva darle una lezione riguardo all’amore: non accettava la relazione della sorella con il ragazzo trans (biologicamente donna) che stava con lei sullo scooter. Una “lezione” che è finita con la morte di Maria.

Come classificheremmo questo omicidio? E’ un delitto d’onore, anche se di questa virtù non vi è traccia? Sicuramente è un omicidio dettato dal maschilismo che porta l’uomo a credere di essere onnipotente, di comandare su chi sta intorno. Tanto da voler decidere “chi può amare chi”.

Proprio questa idea di invincibilità porta con sé quella della forza, rappresentata dal “culturismo” ben evidente nei fratelli Bianchi arrestati per l’omicidio di Willy. Lo hanno deciso loro, senza interpellarlo, dall’alto della loro mascolinità fatta di muscoli e niente in zucca.

Anche qui, nel tragico caso che vede la morte di un innocente e l’incarcerazione di due ragazzi, c’è di fondo l’idea di supremazia, di “voler fare come diciamo noi”. E’ proprio questo modo di pensare che ha spinto gli uomini, i maschi, a fare guerre su guerre nella ricerca dell’imposizione del dominio sugli altri.

E a pensarci bene il razzismo, come l’omofobia o la volontà di togliere diritti alle donne, non sono altro che prolungamenti di quel peccato originale che ha fatto l’uomo l’unico che si crede invincibile e che cerca, dall’alba dei tempi, il dominio sul creato.

Questo tarlo ossessivo che ci logora, che ci fa speronare la moto di nostra sorella e commettere quotidianamente dei femminicidi; quel senso di supremazia che ci spinge ad uccidere un giovane ragazzo; a stuprare, a picchiare mogli mentre gridiamo di amarle, ecco, questa è la malattia che dobbiamo curare: il nostro senso di invincibilità. Ma per farlo abbiamo bisogno di ridiscutere il posto che l’uomo ha nella nostra società e in noi stessi.

Questo sarebbe un lavoro culturale che dovrebbe partire nelle scuole, coinvolgendo i riferimenti culturali della generazione che siede fra i banchi – di scuola e del parlamento. E’ necessario e doveroso, affinché nessuna donna muoia più in nome di una gelosia che troppe volte giustifichiamo con la parola vuota dell’amore.

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