L’8 settembre si è svolta a Bolzano una importante conferenza stampa per rendere di pubblico dominio un processo davvero peculiare che inizierà il 15 p.v. presso il locale Tribunale contro due attivisti, “rei” di avere denunciato il massiccio impiego di pesticidi che si fa, in particolare nei meleti, nel territorio altoatesino e i conseguenti rischi per la salute e l’ambiente.

Si tratta di una causa per diffamazione intentata dall’Assessore all’agricoltura della Provincia Autonoma di Bolzano, Arnold Schuler, e da oltre un migliaio di agricoltori locali contro Karl Bär, dell’Umweltinstitut München (Istituto per l’Ambiente di Monaco di Baviera) e Alexander Schiebel, scrittore e cineasta austriaco autore del libro Das Wunder von Mals (Il miracolo di Malles).

Malles è la cittadina dell’Alto Adige/Südtirol in cui nel 2014 si indisse un referendum – di cui già mi ero occupata – per mettere al bando una serie di pesticidi; si trattò di un esperimento di democrazia diretta, molto partecipato e innovativo grazie al coraggio del Sindaco Ulrich Veith e alla determinazione degli abitanti, ma anch’esso costellato da complicanze giudiziarie.

Tornando alla attuale vicenda giudiziaria, l’Umweltinstitut nel 2017, al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica tedesca sul largo impiego di pesticidi in Alto Adige, aveva realizzato una campagna informativa dal titolo “Pestizidtirol” e aveva esposto per qualche giorno un manifesto di denuncia nella fermata della metropolitana di Monaco di Karlsplatz. Portavoce della campagna era appunto Karl Bär, responsabile delle politiche agricole e commerciali dell’Istituto Bavarese. Sempre nel 2017 l’autore Alexander Schiebel aveva pubblicato il libro Das Wunder von Mals presentando gli ideologi, gli attivisti e gli agricoltori biologici del Comune altoatesino di Malles Venosta.

Evidentemente – data la reazione che ne è seguita – l’obiettivo di attirare l’attenzione e sollevare il problema fu raggiunto.

In realtà i due attivisti non avevano fatto altro che raccontare la verità dei fatti: in Alto Adige/Südtirol oltre 18mila ettari di terreno agricolo sono utilizzati per la coltivazione intensiva delle mele, con una produzione annua di oltre 900mila tonnellate di mele, circa il 50% della produzione italiana e circa il 10% di quella dell’Unione europea. Si tratta di monocolture in cui sono rappresentate prevalentemente due sole varietà: Golden Delicious e Gala, non autoctone e fortemente soggette a malattie e che quindi richiedono decine e decine di trattamenti ogni anno, tanto che – secondo i più recenti dati pubblicati sul sito dell’Istat, nella Provincia Autonoma di Bolzano – la vendita di pesticidi in rapporto alla superficie trattabile supera di oltre sei volte la media nazionale (6.04 kg/ha in Italia, 38.8 kg/ha nella provincia di Bolzano).

Più di una volta sono intervenuta sui rischi per la salute da esposizione a pesticidi e in particolare proprio sul multiresiduo presente, anche se nei limiti di legge, nelle mele, ma in questo caso non c’è in gioco solo la salute ma una partita di ancor maggiore rilievo: il diritto all’informazione e la stessa democrazia.

Appare infatti evidente come lo scopo di questa azione giudiziaria sia quello, secondo me, di silenziare un dibattito scomodo sull’uso dei pesticidi, sostanze ormai ampiamente note come dannose per la salute e l’ambiente. Le accuse contro i due attivisti si inquadrano in una strategia purtroppo sempre più comune in Europa – e ampiamente diffusa nel nostro paese – per mettere il bavaglio ad attivisti, organi di informazione e voci critiche.

Questa vicenda rientra a pieno titolo fra i casi di Slapp, “Strategic Litigation against Public Participation”, acronimo che richiama il termine inglese “slap” cioè “prendere a ceffoni”, e per me è proprio questo l’intento di chi querela: silenziare con veri e propri “ceffoni giudiziari” chi osa criticare, ma che rivela nel contempo anche tutta la fragilità di chi promuove accuse pretestuose perché – evidentemente – la verità fa paura.

Non sarà facile tuttavia intimorire i due accusati e silenziare l’opinione pubblica, perché fortunatamente dire la verità non è reato, ma anzi è l’esercizio più alto della democrazia, specie se fatto per tutelare l’ambiente e la salute delle comunità.

Chissà che questa vicenda non si ritorca come un boomerang contro chi ha avanzato l’accusa e che magari non rappresenti uno stimolo ad una direttiva anti-Slapp europea che tuteli concretamente tutti coloro che si esprimono nell’interesse pubblico.

Sarebbe davvero paradossale che in una Europa in cui il presidente francese proclama il diritto alla blasfemia venisse negato il diritto alla denuncia della pericolosità dei pesticidi.

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