Si è svolta il 30 luglio una conferenza stampa alla Camera indetta trasversalmente da deputate (tutte donne!) e fortemente voluta da Cambia la Terra per sollecitare la pubblicazione della bozza del Piano Azione Nazionale (Pan) sull’uso sostenibile dei pesticidi. Il testo della bozza, già licenziata dal ministero dell’Ambiente e da quello della Salute, era infatti da mesi “insabbiata” presso il ministero delle Politiche Agricole.

Dico “era” perché – per pura coincidenza – la bozza del nuovo Pan è stata diffusa il giorno dopo la conferenza ed è ora sottoposta a consultazione pubblica fino al 15 ottobre. Il Pan (Piano Azione Nazionale) è lo strumento di durata quinquennale con la quale ogni stato membro predispone il quadro di azioni per l’applicazione della direttiva 2009/128/CE, recepita in Italia con il decreto legislativo 150/2012. Questo quadro avrebbe dovuto promuovere un’agricoltura sostenibile, riducendo l’impatto sanitario e ambientale dei pesticidi.

Il precedente Pan, adottato nel 2014, è scaduto quest’anno e non aveva certo raggiunto gli obiettivi previsti: la vendita dei pesticidi non ammessi in agricoltura biologica è passata dalle 27mila tonnellate di principi attivi del 2013 a 30mila del 2017 (ultimo dato Istat disponibile). Sono stati “sdoganati” i precedenti disciplinari di produzione integrata – che consentono un uso ben poco sostenibile di pesticidi – facendoli passare sotto la dizione “difesa integrata volontaria” e offrendo così un’alternativa, ben remunerata con incentivi, alla “difesa integrata obbligatoria” prevista dalla direttiva e dal Pan (obbligo di privilegiare tutti i metodi alternativi alla chimica, insetti utili, mezzi meccanici per il diserbo etc.) senza peraltro prevedere alcuna sanzione per chi non la applica.

Nel corso della conferenza stampa è emersa anche l’inadeguatezza della valutazione del rischio e la crescente conflittualità fra popolazioni residenti in aree di agricoltura intensiva e le attività produttive. Le monocolture infatti spesso “accerchiano” abitazioni, scuole, asili, necessitano di ripetuti trattamenti e poiché solo una minima parte del prodotto irrorato va sul bersaglio (2-3%), mentre tutto il resto si disperde nell’ambiente a causa della “deriva”, ben si comprendono le proteste dei residenti: dai meleti del Trentino, ai noccioleti del Viterbese. Il culmine si registra in Veneto, dove in questi giorni è in corso una protesta perché addirittura si abbatte un bosco per far posto all’ennesimo vigneto. In conferenza stampa presentate anche circa 34mila firme di cittadini che – sempre più consapevoli dei rischi per la salute da esposizione residenziale a pesticidi – chiedono il rispetto di distanze di sicurezza.

Su questo particolare aspetto ho focalizzato il mio intervento nella conferenza, sottolineando come da studi condotti in Usa si documentasse un incremento di morbo di Parkinson per esposizione a glifosate entro 1 km dall’abitazione e di deterioramento cognitivo in relazione all’esposizione pregressa ad organofosforici; anche in Olanda entro 100 metri dall’abitazione un incremento di Parkinson per esposizione a 21 sostanze, specie paraquat. In Andalusia sono stati rilevati incrementi di abortività spontanea, basso peso alla nascita, malformazioni urogenitali maschili in relazione al maggior uso di pesticidi dotati di interferenza endocrina; in Usa per esposizioni entro 500 metri a 2,4-D, paraquat e pendimethalin incremento di malformazioni urogenitali e per esposizione a glifosato, cialotrina, S-metolaclor, mepiquat e pendimetalina incremento di malformazioni cardiache.

Robusta anche l’associazione fra agricoltura intensiva e tumori infantili da studi condotti in Usa e in Spagna. Quest’ultimo, condotto su 3.350 casi di cancro e 20.365 controlli sani, ha valutato l’intensità della attività agricola entro un 1 km dalla residenza. Ancor più documentati i danni cognitivi e al neurosviluppo: uno condotto in California nel periodo 1998-2010 su 2961 casi di autismo e 29.610 controlli sani ha riscontrato per esposizione entro 2 km dalla residenza materna un incremento del rischio variabile dal +10 al +16% per glifosate, clorpirifos, diazionon, malathion, avermectin e permetrina; nei 445 casi di autismo associati a disabilità intellettuale i rischi erano nettamente superiori (+33% glifosate, +27% clorpirifos, +41% diazion, +46% permetrina).

Uno studio condotto in California su 238 coppie madre/bambino, valutando l’uso di pesticidi entro 1 km dalla residenza in gravidanza, biomonitoraggio e sviluppo neurologico nei bambini a 7 anni, ha dimostrato una diminuzione di 2,2 punti del quoziente intellettivo per ogni aumento pari ad una deviazione standard nell’uso di organofosforici, valutati in base alla loro tossicità.

L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma oltre alle ricadute sulla salute non va trascurato l’enorme impatto che l’attuale modello agricolo ha sull’intero pianeta, descritto nel Report di Lancet con termini indubbiamente forti: “L’attuale produzione di cibo rappresenta un rischio globale per le persone e il pianeta, è la più grande pressione causata dagli esseri umani sulla Terra, minaccia gli ecosistemi e la stabilità del sistema terrestre… le pratiche agricole devono diventare da causa di problemi a soluzione degli stessi”.

La soluzione esiste ed è stata ribadita con forza da tutti gli interventi alla Camera: l’agroecologia, modello riconosciuto anche dal recente Rapporto della Fao. L’agroecologia è in grado di soddisfare la sostenibilità ambientale, economica e sociale dei sistemi agroalimentari, grazie al minimo ricorso possibile ad input esterni, all’incentivazione di sistemi agricoli diversificati basati su biodiversità, agricoltura familiare, filiere corte, risorse locali, ma anche grazie ad un rinnovato scambio di conoscenze tra operatori, cittadini e scienziati perché l’accesso al cibo, la sua qualità e modalità di produzione riguarda tutti noi.

Sono in gioco non solo fondamentali valori quali tutela della salute, biodiversità, risorsa idrica, fertilità del suolo, clima, ma anche partecipazione, democrazia e pace sociale. Purtroppo ad una prima lettura la bozza del Pan appare piuttosto deludente. E’ auspicabile il massimo impegno da parte di tutti per presentare puntuali osservazioni entro il 15 ottobre affinché il Pan raggiunga l’obiettivo di una agricoltura davvero sostenibile, che tuteli la salute delle persone e del pianeta.

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