Non c’è stato solo il sequestro dei due minori che avevano rubato la droga agli spacciatori della zona sud di Reggio Calabria. Nelle carte dell’inchiesta “Sbarre” c’è pure il pusher che vuole emulare Totò Riina. I magistrati lo scrivono senza troppi giri di parole che Totò Sarica era “in preda ad un vero e proprio delirio criminale”. Ma quell’intercettazione è sintomatica di un contesto criminale che, almeno con la fantasia, va oltre lo spaccio di droga contestato a Sarica e agli altri indagati arrestati ieri a Reggio Calabria dai carabinieri su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Quella conversazione intrattenuta tra i rappresentanti dei due diversi gruppi criminali, infatti, secondo i pm è di “particolare allarme sociale”.

È il 25 novembre 2017 quando Antonio Sarica, 32 anni e gestore della piazza di spaccio tra la zona di Sbarre e il viale Calabria, parla con Vincenzo Gallo, un anno più piccolo e anche lui pusher ma per conto di un altro gruppo per il quale si occupa di fare la “guardia” nel rione Guarna-Caridi. Pur vantando contatti con i rampolli dei casati di ‘ndrangheta, come i Tegano e i Molinetti di Archi, Sarica sa bene che non è come loro e che il suo è un gruppetto di pusher che i magistrati definiscono “ridotta associazione criminale impegnata in transazioni di droga di più modesto valore”. Eppure la sua immaginazione, non gli impedisce di “sognare” in grande, “paragonandosi al boss di Cosa Nostra Salvatore Riina, proponendosi di muovere dal quartiere Gebbione per estendere i suoi loschi traffici a tutta la città di Reggio Calabria, così come il Riina aveva fatto a Palermo, partendo dalla piccola Corleone”.

“Ricordati che Totò Riina era un metro e venti e ha cento omicidi di sopra… ha ammazzato”. “Le migliori persone”. La lezione di Sarica trova un interlocutore compiaciuto delle “gesta” criminali del defunto “capo dei capi”. “O Enzo Gallo, – lo corregge Sarica – ha ammazzato i migliori giudici punto, era il migliore ‘ndranghetista e si è preso Palermo! Da un paese, una frazione, ecco qui… un paese più piccolo del Gebbione si è preso…”. “Una nazione si”. “Ha ammazzato altri boss, quello che non hanno fatto quello che ha fatto lui! Totò Riina se gli davano uno schiaffo… un metro e venti, un tappo, però poi con uno schiaffone…”

Ma non è tutto. Sarica deve ancora dare il meglio di sé: “Non pensare che Totò è un fesso, don Totò”. “Ma quale storto Totò”. E parte il confronto tra il boss siciliano e il pusher di periferia reggino che si vanta di essere rispettato dalla ‘ndrangheta che lo rifornisce di marijuana: “Dove vado vado io, a me personalmente tu mi vedi tu! Ti ripeto ma con tutti, a me personalmente dove vado vado”. “Lo so Totò che persona sei!”. “E dire che non voglio… la cosa che mi distingue me e gli altri, gli altri se ne approfittano, andavano là ‘ah non voglio… due chili’, hai capito!… Totò no (parla probabilmente di sé stesso, ndr), Totò gli ha detto: ‘Mi prendo quella, quando ti porto tutti i soldi di quella mi dai l’altra…sennò non mi dare niente!’”.

Dalle intercettazioni registrate dai carabinieri, è chiaro che gli indagati hanno una sorta di fascinazione per gli esponenti mafiosi. Alcuni di questi, come i giovani rampolli di Archi Giovanni Tegano e Alfonso Molinetti, avevano effettivamente dei contatti con Totò Sarica e i suoi pusher. Questi ultimi, utilizzando una vecchia espressione dell’ex questore di Reggio Calabria Vincenzo Speranza per indicare personaggi simili, sono “malati di ‘ndrangheta”. Non si spiegano in altro modo le intercettazioni che il procuratore Giovanni Bombardieri e i sostituti della Dda Walter Ignazitto e Diego Capece Minutolo hanno sottoposto al gip Arianna Raffa che ha firmato l’arresto di Sarica e del suo braccio destro Andrea Pennica, detto “Barone” o “Anderson”.

Il 23 novembre 2017 entrambi cercano di mettersi in contatto con Giovanni Tegano dopo aver saputo che li cercava Alfonso Molinetti: “Ho pensato che aveva il mio numero Giovanni, infatti ora ho provato a chiamarlo e ce l’ha chiuso, siccome gli ho mandato l’ambasciata ieri che è passato Alfonso Molinetti da là… Alfonso con un altro sono passati sicuramente mi cercavano a me…”. Il baby boss dei Tegano non risponde e i due pusher decidono di andare ad Archi a trovarlo. Durante il tragitto, il “delirio criminale” assale di nuovo Sarica e il suo amico Pennica che, inconsapevoli di avere una microspia all’interno dell’auto, fantasticano sul fatto che “se avessero goduto dell’appoggio delle potenti ‘ndrine di Archi, avrebbero potuto esercitare una maggiore influenza delinquenziale sul territorio”. “Che cazzo me ne frega… noi siamo gente di strada Totò… o no fratello?”. “Grazie al cazzo, se eravamo appoggiati noi…”. “Se eravamo appoggiati noi, compare, eravamo terrore. Forse non hai capito, io non mi faccio appoggiare da nessuno Antonio, io sono pronto alla battaglia con tutti”.

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