Continua in Sardegna la caccia a Giuseppe Mastini, noto come Johnny lo zingaro, l’ergastolano evaso sabato scorso dal carcere di massima sicurezza di Sassari – la sua terza fuga dal 1987 -, dove sarebbe dovuto rientrare alle 12.20 dopo un permesso premio. Le ricerche coordinate dalla Squadra mobile di Sassari coinvolgono tutte le forze dell’ordine e i presidi di polizia di frontiera negli aeroporti e nei porti sardi. Da quando è stata diramata la nota che segnalava il suo mancato rientro sono passati più di due giorni, ma di lui non c’è traccia. Nel frattempo, il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha affidato all’Ispettorato generale del ministero gli accertamenti sul caso, in particolare per verificare la correttezza dell’iter seguito dal Tribunale di Sassari che da febbraio 2019 ha concesso al fuggitivo ben 13 permessi, quasi uno al mese.

Mastini era a Sassari dal luglio 2017, dopo un’altra evasione, il 30 giugno, da Fossano, in provincia di Cuneo. Anche allora era uscito in regime di semilibertà e non era più rientrato. Lo “zingaro” – il cui soprannome è legato alle sue origini sinti – ha alle spalle una lunga scia di sangue dalla fine anni Settanta. Commise il suo primo omicidio ancora undicenne. Fu coinvolto anche nell’inchiesta sulla morte di Pier Paolo Pasolini. Negli anni Ottanta seminò il terrore a Roma. La sua prima evasione risale al 1987: approfittando di una licenza premio, non rientrò in carcere e si rese protagonista di furti e rapine, del sequestro di Silvia Leonardi, dell’omicidio della guardia giurata Michele Giraldi e del ferimento del carabiniere Bruno Nolfi. Fu catturato nel 1989.

La fuga di Mastini sta animando lo scontro politico: in molti chiedono che siano riviste le regole sui permessi premio per i responsabili di determinati reati. Ma la vicenda riaccende soprattutto lo scontro tra il ministro Bonafede e il Tribunale di sorveglianza di Sassari, col Guardasigilli che ha affidato all’Ispettorato generale del ministero degli accertamenti preliminari sull’evasione dello “zingaro”, per verificare la correttezza dell’iter seguito dai giudici sassaresi. Dal febbraio 2019 sono stati 13 i permessi premio autorizzati dal Tribunale all’ergastolo: praticamente uno al mese, ad eccezione del periodo di lockdown causa Covid. È lo stesso Tribunale di sorveglianza che in aprile concesse i domiciliari a Pasquale Zagaria, boss affiliato al clan dei casalesi, per ragioni di salute. Anche allora Bonafede attivò l’Ispettorato, individuando tramite il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria una struttura detentiva adatta alle visite specialistiche e chiedendo che Zagaria tornasse in carcere.

È di questi giorni il parere contrario della procura distrettuale di Napoli alla proroga degli arresti domiciliari del boss. Ma, nonostante questo, non rientrerà in carcere. Sarà, infatti, la Corte Costituzionale a decidere il suo ritorno dietro le sbarre dopo che il Tribunale di Sorveglianza di Sassari ha sollevato una eccezione di illegittimità del decreto (29/2020), varato dal governo per frenare la scarcerazione di malavitosi durante la pandemia. I giudici avevano accolto la questione avanzata dai legali di Zagaria, che sostengono l’incostituzionalità del decreto Bonafede perché limiterebbe l’autonomia e l’indipendenza dei giudici, riducendo il loro potere di valutazione in merito alla decisione di revocare i domiciliari e perché realizzerebbe un’illegittima ingerenza del potere esecutivo-legislativo in quello giurisdizionale.

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