Pierre Bourdieu, uno dei rari intellettuali non allineati del tardo Novecento, seppure dall’alto della cattedra di Sociologia al Collège de France, lo disse poco prima di morire: “L’ultima rivoluzione politica, la rivoluzione contro il ceto politico e contro l’usurpazione potenzialmente iscritta nella delega, resta ancora tutta da fare”.

Una rimembranza che torna in mente ogni volta che mi imbatto nel coro angelico dei propugnatori del sacrale principio di rappresentanza; intonato con sempre maggiore intensità dal fronte del No, negli ultimi scampoli di tempo che ci separano dalle giornate settembrine in cui si voterà sulla sfoltitura o meno degli eletti nei due rami del nostro Parlamento.

Perché – diciamocelo francamente – proprio la mitizzazione della rappresentanza è uno dei punti forti di una secolare opera di ricostruzione della realtà mirata a indurre riflessi condizionati di adesione all’ordine vigente.

Il celebre politologo di Yale Robert Dahl sosteneva che la democrazia rappresentativa andava considerata “una delle principali invenzioni politiche di tutti i tempi”. Eppure il pensiero critico continua sostenere che talvolta la realtà è ben diversa, per cui – se il pluralismo è il tratto connotativo primario dell’esperimento occidentale – “il terreno pluralista favorirebbe il sorgere di nuove identità collettive, ma la struttura della rappresentanza tende ad assorbirle e limitarle” (Alessandro Pizzorno).

Specie in questa stagione storica, mentre si allarga la fenditura che separa drasticamente le masse emarginate/impoverite e ristretti gruppi di privilegiati, di cui i cosiddetti “rappresentanti del popolo” hanno da tempo cominciato a fare parte; cercando – comunque – di occultare a loro vera collocazione sociale per incamerare le rendite posizionali garantite dal voto popolare. E i processi di identificazione nell’ordine vigente come garanzia di un’eguaglianza puramente e solamente simulata.

Un ordine in cui sia possibile mimetizzare il senso vero – effettivo – di posizioni e collocazioni. E che solo il loro smascheramento rende (renderebbe) possibile ri-attribuire quel vero/effettivo senso a tante prese di posizione. A tante non richieste lezioni di rigorosa democraticità, da parte di chi – così facendo – ha trovato una comoda via per gratificare aspirazioni e ambizioni.

Prima di tutto quella di non finire nell’anonimato. Sicché ritroviamo nel ruolo di guardiani dei “rinunciabilissimi” valori “irrinunciabili” il sindacalista ultras al modo di Fausto Bertinotti (quello che si vantava di non aver mai “chiuso” un contratto), abbarbicato allo status gratificante di “sinistra estrema dell’establishment” e relative comparsate nei panel del simil-pluralismo teatralizzato; o maestrine di liberalismo consolatorio, da anni alla ricerca ansiosa di cooptazione in qualcosa (e della benevolenza di chi potrebbe garantirla, tale cooptazione: Michele Salvati? La temporanea partecipazione a comitati presieduti da Gaetano Quagliariello? La pagina dei commenti di Repubblica?).

E se qualcuno crede di aver riconosciuto Giorgio Cremaschi o Nadia Urbinati, non sarò certo io a smentirlo. Gente impegnata allo spasimo per la propria sopravvivenza culturale/professionale attraverso la promozione del No referendario.

Poi ci sono i perbenisti cronici. I Candide che coltivano il ‘luogocomunismo’ come pratica di appartenenza, nella convinzione di incassare facili consensi. Come ha maldestramente fatto giorni fa il mio concittadino Ferruccio Sansa, candidato presidente ligure; con un endorsement pro-No che gli farà perdere un po’ di consensi grillini. E che mi sta creando dubbi sul comportamento da tenere alle Regionali: voto giallo-rosa o astensione? Infine ci sono i ponziopilati, sempre pronti a tenere i piedi in due staffe sminuendo la portata delle scelte, caricaturalizzati dal filosofo Paul Feyerabend con la battuta: “a questo punto la mia risposta è un fermo… Sì e No”.

Questa è la fauna che tenta di ribaltare l’orientamento popolare per la prossima scadenza referendaria. Speriamo che la prevalente consapevolezza della posta in gioco resista alle astuzie e agli imbrogli degli imprenditori del No.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Vincenzo De Luca può fare a meno del Pd. Lo scontro si sposta sul candidato sindaco di Napoli

next
Articolo Successivo

Di Maio al Forum Ambrosetti: “Ridefinire regole del commercio per favorire scambi equi. Serve crescita, non guerre commerciali”

next