Bahey el-Din Hassan meriterebbe un premio internazionale per tutto quello che ha fatto in favore dei diritti umani, cui ha dedicato una vita intera, come ricorda chi lo conosce bene in questo articolo. Invece, alla “condanna” dell’esilio forzato, il 25 agosto la quinta sezione del tribunale antiterrorismo del Cairo ha aggiunto una condanna reale a 15 anni di carcere per accuse del tutto false di “offesa al potere giudiziario” e “diffusione di notizie false tramite i social media che possono mettere a rischio la sicurezza pubblica e il benessere pubblico”.

Le “notizie false” erano un paio di tweet sulle violazioni dei diritti umani in Egitto. La Procura speciale per la sicurezza dello stato ha aggiunto ai capi d’accusa anche dei post pubblicati su Facebook, su un profilo fake che non era quello di Hassan.

Direttore e cofondatore, nel 1993, dell’Istituto del Cairo per gli studi sui diritti umani, Hassan aveva lasciato l’Egitto nel 2014 dopo aver ricevuto minacce di morte. Una scelta dolorosa, che ha significato la separazione dalla madrepatria e soprattutto dalla famiglia.

Anche l’Istituto da lui fondato ha dovuto andare in esilio, trasferendo la sua sede dal Cairo a Tunisi. Ma la giustizia del presidente al-Sisi non si è accontentata di vedere l’ennesimo difensore dei diritti umani finire in quella che ormai è una diaspora globale di protagonisti della società civile egiziana.

Dopo il congelamento dei conti bancari e l’iscrizione nella black-list delle persone da arrestare se dovessero presentarsi agli Arrivi dell’aeroporto del Cairo, nel settembre 2019 Hassan era stato già condannato in absentia a tre anni di carcere e a una multa di 20.000 sterline egiziane (circa 1200 euro) per “offesa al potere giudiziario”.

Ancora una volta, dunque, le autorità egiziane hanno mostrato la loro spietata intolleranza nei confronti di chi esprime critiche e denuncia le violazioni dei diritti umani.

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