“Se c’è qualcuno che frena non siamo certo noi”. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio accoglie l’appello di Nicola Zingarettiche aveva chiesto garanzie sull’approvazione dei correttivi da accompagnare al taglio dei parlamentari (condizione indispensabile per il Sì del Pd) – e rimanda la palla nel campo delle altre forze della maggioranza: “Sulla legge elettorale noi siamo d’accordo. Il governo l’ho formato io insieme a Zingaretti e c’era un patto, far viaggiare le due cose parallelamente. Per noi quel patto va rispettato“. In un’intervista al Corriere della Sera, l’ex leader dei 5 stelle spiega che il Movimento è pronto “a votare una nuova legge elettorale già prima della fine dell’estate“. Se finora non è avvenuto, aggiunge, “qualsiasi intoppo va cercato altrove, non nel M5s”. La riforma in cantiere, ribattezzata Brescellum (dal primo firmatario Giuseppe Brescia), doveva essere scelta come testo base in commissione a fine luglio, ma i renziani avevano votato con il centrodestra per rimandare tutto a settembre.

In realtà negli ultimi giorni qualche movimento in questa direzione c’è stato. “Per noi la legge elettorale non è la priorità. Lo sono le scuole che devono riaprire e su cui ancora c’è una totale incertezza. Ma le condizioni sono cambiate rispetto a luglio. Noi siamo disponibili a dialogare“, ha dichiarato il capogruppo di Iv in commissione Affari costituzionali alla Camera, spiegando che “nel frattempo sono arrivati alcuni provvedimenti economici – inseriti nel dl Agosto – che avevamo chiesto“. Parole che non sono sfuggite a Di Maio: al giornalista del Corriere che lo incalza sull’incognita dei renziani, il ministro replica che “non ha detto che non sia importante farla”. Anche se resta da sciogliere il nodo sulla tipologia di sistema elettorale da adottare: il patto che ha portato alla nascita del governo Conte prevedeva l’introduzione di un proporzionale puro alla tedesca (con soglia di sbarramento al 5%), ma ora Italia viva sostiene di non poter rinunciare al maggioritario.

Legge elettorale a parte, Di Maio sostiene che “a ragion di logica” il referendum sul taglio degli eletti dovrebbe essere sostenuto da “tutte le forze politiche che lo hanno votato in Parlamento. Poi, per carità, se votano una cosa pensandone un’altra è un problema loro e un dato che gli italiani dovrebbero prendere in considerazione. Non lamentiamoci se poi la fiducia nelle istituzioni è ai minimi storici”. In ultima lettura, la riforma che abbassa a 600 i membri del Parlamento era stata approvata alla Camera con 553 Sì, arrivati da M5s, Pd, Leu e Italia viva, ma pure da Fdi, Fi e Lega. “Io ho fiducia nelle forze di governo”, commenta l’ex ministro di fronte al rischio che i dem si schierino per il no qualora i correttivi chiesti da Zingaretti non siano rimessi in pista in tempo. “Quel che chiedo è che tutti coloro che hanno votato quella riforma si sentano in dovere di combattere le fake news che stanno girando in questi giorni. Sia chiaro: questa non è una riforma del M5S, ma di tutti. Se ne parla da 30 anni ed è ora di cambiare passo”.

Nel corso dell’intervista Di Maio entra anche nel merito del dibattito tra i costituzionalisti che si è acceso nelle ultime settimane. A suo parere, “questa riforma renderà il sistema più snello ed efficiente, ridurrà gli squilibri e le sperequazioni attuali. Le sembra normale che la Basilicata oggi abbia più senatori che deputati? Oppure che abbia 7 senatori con circa 580mila abitanti mentre la Sardegna con più di 1 milone e 640mila abitanti, quindi tre volte tanto, ne ha solo 8?”. A proposito del rischio che si riduca la rappresentatività dei cittadini, il numero uno della Farnesina commenta: “Non mi si dica che viene tagliata la rappresentatività quando vediamo a ogni elezione parlamentari nominati dai partiti ed eletti in altri collegi elettorali. Io credo che un po’ di sano realismo possa far bene all’Italia”. Stesso discorso vale per il bicameralismo perfetto, il cui funzionamento potrebbe essere minato in caso di taglio degli eletti. “Con superficialità viene da anni dato per scontato che l’insieme dei problemi che affligge il nostro sistema istituzionale sia il bicameralismo perfetto, ovvero la assoluta parità tra Camera e Senato nel procedimento legislativo, sancita dall’articolo 72 della Costituzione. Questa argomentazione scarica ingiustamente sul sistema istituzionale le inefficienze di una classe politica frammentata“.

Tutt’altra questione è quella del risparmio di mezzo miliardo a legislatura che deriverebbe dal Sì al referendum. Per Di Maio è l’ultimo argomento “in ordine di importanza”. Anche se, essendo “una cosa buona, perché nasconderlo?”. A suo parere servirebbe un passo ulteriore, cioè “una normalizzazione degli stipendi dei parlamentari e dei consiglieri regionali”. Il tutto, spiega, non è alla base della “insopportabile campagna in atto all’insegna dell’antipolitica” di cui ha parlato Zingaretti. “Io non la vedo”, replica, “ad ogni modo le motivazioni del Sì sono talmente tante e concrete da non dover scadere in un approccio antipolitico, che troverei ingiusto“.

Sul tavolo però restano le incognite dei correttivi su cui il Pd chiede di accelerare, anche se costituzionalisti come l’ex presidente della Consulta Valerio Onida non li ritengono indispensabili. L’accordo con i dem prevede misure come l’equiparazione dell’elettorato di Camera e Senato e le modifiche alla natura regionale di Palazzo Madama. A chiarire i tempi sul possibile iter parlamentare è il presidente della commissione Affari Costituzionali di Montecitorio Giuseppe Brescia. “Martedì prossimo nella commissione che presiedo proporrò ai gruppi di adottare in settimana tre testi base fondamentali: la proposta di legge elettorale a mia firma, la proposte di legge costituzionale che adegua la Carta alla riforma, inclusa la base territoriale per l’elezione del Senato e infine la proposta sul conflitto d’interessi”, scrive sul Corriere del Mezzogiorno. “Far partire il confronto su questi testi non risponde solo a un patto di maggioranza, ma indica il più ampio disegno di riforma“. L’obiettivo, conclude, “è restituire prestigio e credibilità alla politica. Ridurre il numero dei parlamentari è solo il primo passo”.

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