“La materia costituzionale non può essere svilita fino a diventare argomento di mera propaganda elettorale. La Costituzione è il portato della civiltà di un popolo e ogni sua revisione deve essere supportata dal massimo consenso possibile”. È questa la motivazione principale del documento firmato da 183 costituzionalisti per sostenere il No al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari. Nel documento si precisa che “il testo di legge costituzionale sottoposto alla consultazione referendaria, introducendo una riduzione drastica del numero dei parlamentari (da 945 componenti elettivi delle due Camere si passerebbe a 600), avrebbe un impatto notevole sulla forma di Stato e sulla forma di governo del nostro ordinamento”. Il motivo, a leggere l’appello dei 183 costituzionalisti, sta nel fatto che “il taglio lineare prodotto dalla revisione incide sulla rappresentatività delle Camere e crea problemi al funzionamento dell’apparato statale”. Non solo.

Nel manifesto si dice anche che il testo scaturisce da un’iniziativa autonoma e totalmente indipendente sia dal Coordinamento per la democrazia costituzionale (CDC), sia dal Comitato nazionale per il No al taglio del Parlamento, “così come da ogni altro ente, organismo e associazione, esprimendo considerazioni frutto esclusivamente dell’elaborazione collettiva dei sottoscrittori”. I promotori sono Alessandro Morelli, professore ordinario di diritto pubblico (Università degli Studi di Messina), Fiammetta Salmoni, professoressa ordinaria di diritto pubblico (Università Telematica degli Studi di Roma Guglielmo Marconi), Michele Della Morte, professore ordinario di diritto costituzionale (Università degli Studi del Molise), Marina Calamo Specchia, professoressa ordinaria di diritto costituzionale comparato (Università degli Studi di Bari Aldo Moro) e Vincenzo Casamassima, professore associato di diritto costituzionale (Università del Sannio di Benevento). Per i costituzionalisti, inoltre, “non può trascurarsi lo squilibrio che si verrebbe a determinare qualora, entrata in vigore la modifica costituzionale, non si avesse anche una modifica della disciplina elettorale“.

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