“Insieme, supereremo questa stagione di tenebre”. Con questa frase Joe Biden ha accettato la candidatura democratica a presidente degli Stati Uniti. È stato, il suo, un discorso volto a unire gli americani: democratici e repubblicani, indipendenti e progressisti, bianchi e neri, uomini e donne, etero e gay. “Sono il candidato dei democratici. Sarò il presidente degli americani”, ha detto Biden. Nelle sue parole è risuonato un tema presente in tutti i quattro giorni di convention democratica: la minaccia all’America non viene oggi da una potenza straniera, dal terrorismo o dalla crisi politica e sociale. La minaccia all’America viene dall’interno, dal cuore stesso dell’America, dalla Casa Bianca. Viene da Donald Trump.

A 48 anni dall’entrata nel Senato Usa – era il 1972 – questo politico moderato, di esperienza ma di non grande carisma, corona dunque il sogno di una vita: la candidatura a presidente. Ci aveva provato, senza successo, due volte. Nel 1988, quando la sua campagna era naufragata con l’accusa di aver plagiato il discorso del leader laburista inglese Neil Kinnock. E nel 2008, quando alla fine Biden aveva lasciato il passo ai due candidati più forti: Hillary Clinton e Barack Obama. La sua carriera politica sembrava finita nel 2016, al termine degli otto anni come vice dell’ex presidente. Fiaccato dalla morte per un tumore al cervello del figlio 48enne, Beau, Biden aveva rinunciato a candidarsi contro Trump. La tenacia è però da sempre una delle qualità più forti di questo politico, nato 77 anni fa a Scranton, Pennsylvania, in una famiglia della classe media (il padre vendeva automobili). Biden si è presentato alle primarie del 2020. Dopo due risultati disastrosi in Iowa e New Hampshire, è risorto grazie al voto afro-americano del South Carolina. Da lì la candidatura ha preso il volo, fino alla designazione finale.

Nel discorso finale alla convention, Biden doveva fare soprattutto una cosa. Rassicurare gli americani sulla sua età, destrezza intellettuale, sulla capacità di sopportare il peso terribile della presidenza degli Stati Uniti. L’ha fatto, con una retorica misurata ma ferma, alternando i dettagli personali ai progetti politici. Ha parlato delle tragedie che hanno segnato la sua vita: la scomparsa del figlio Beau nel 2015 e, nel 1972, pochi giorni dopo la sua elezione al Senato, la morte in un incidente stradale della prima moglie Neillia e della figlia di un anno Noemi. “So cosa significa perdere qualcuno che ami – ha detto Biden, riferendosi a chi ha avuto un proprio caro ucciso dal Covid-19 – È come se avessi un buco nel petto, che ti risucchia”.

Non sono mancati dal suo discorso accenni alle strategie politiche: allargamento della riforma sanitaria di Barack Obama, riconversione della politica energetica degli Stati Uniti, rafforzamento delle tutele sindacali, aumento delle tasse per ricchi e corporations, “ma non voglio punire nessuno”, ha detto. Presente nelle parole di Biden anche un forte afflato religioso, soprattutto nel finale del discorso. Se eletto, sarebbe il primo presidente cattolico degli Stati Uniti dai tempi di John Fitzgerald Kennedy.

L’apparizione alla convention è comunque servita a trasmettere il senso generale della candidatura, più che specifici programmi politici. “Non è il momento di essere faziosi, è il momento di essere americani – ha detto Biden – È il momento di evocare speranza, luce, amore. Speranza per il futuro. Luce per trovare una via d’uscita. Amore gli uni per gli altri”. Di fronte a una devastante crisi economica, a un’emergenza sanitaria che ha fatto oltre 170mila morti, alle richieste di giustizia razziale che crescono ovunque, Biden si propone quindi come il restauratore della normalità minacciata da un presidente autocrate, che pone il proprio ego e interesse sopra ogni cosa. È stato questo il tema più e più volte elaborato nel discorso finale di Biden: la necessità di riportare decenza, dialogo, tranquillità alla Casa Bianca. Se Trump è stato il presidente che ha fatto esplodere rabbia e divisioni – questo il messaggio dei democratici – Biden sarà l’uomo che ricondurrà l’America a un ideale di unità e comunità. “Unità”, “l’America unita”, “gli Stati Uniti d’America” sono state le parole chiave continuamente ripetute.

A fine discorso, il candidato democratico ha voluto anche inserire il verso di un poeta irlandese, Seamus Heaney (lo stesso Biden è di famiglia irlandese): quello in cui si dice che ci sono momenti in cui “speranza e storia fanno rima”. Parafrasando quella citazione, si potrebbe dire che ci sono momenti in cui caso e storia fanno rima.

Biden arriva infatti alla nomination democratica in modo piuttosto rocambolesco. Non perché sia oggi il candidato più forte dei democratici, quello che durante le primarie abbia dato le prove più convincenti: Elizabeth Warren, Pete Buttigieg, lo stesso Bernie Sanders hanno offerto dimostrazioni di forza politica, progettualità, vivacità intellettuale ben maggiori. Biden arriva piuttosto alla nomination come il candidato più rassicurante, quello che incarna l’establishment centrista democratico senza allontanare la sinistra e con la capacità di attirare i moderati e i repubblicani stanchi di Trump. Soprattutto, Biden arriva alla candidatura ben sapendo che il suo orizzonte politico è limitato, che sarà il presidente di soli quattro anni, che quello che dovrà fare, soprattutto, sarà raccogliere il referendum pro e contro Trump.

In questo c’è però un paradosso interessante e sorprendente. Al politico anziano, espressione del vecchio Partito Democratico, tocca gestire la transizione verso il nuovo partito. I segni del nuovo sono stati evidenti in tutti i quattro giorni di convention. Ogni serata ha visto un panel di discussione sulle questioni razziali e uno spazio importante nella serata finale è stato offerto a Keisha Lance Bottoms, la sindaca nera di Atlanta. Lo stesso Biden, nel suo discorso, ha inserito un lungo riferimento a George Floyd, l’afro-americano ucciso a Minneapolis, e al leader del movimento dei diritti civili John Lewis.

La terza serata della convention è poi stata costruita tutta attorno a donne: Nancy Pelosi, Elizabeth Warren, Hillary Clinton, insieme a tante altre attiviste e militanti. Questi due aspetti, quello etnico-razziale e quello di genere, sono del resto presenti nella scelta come vice di Kamala Harris, la prima donna nera e asiatica a entrare nel ticket presidenziale di un grande partito. Lo stesso keynote speech in programma alla convention martedì – con deputati e militanti collegati in un meeting Zoom da molte parti d’America – è stato la dimostrazione della diversità che ormai contraddistingue i democratici Usa.

Questo dunque il paradosso che accompagna la candidatura di Joe Biden: un politico ormai anziano, bianco, moderato, si trova a gestire la transizione verso un partito, e un’America, sempre più multietnica, multirazziale, diversa. Da questo punto di vista – altro paradosso – è più significativa la scelta della candidata vice-presidente che del candidato presidente. È Kamala Harris, non Joe Biden, il futuro del partito democratico. Per Biden arriveranno ora altre sfide: organizzare la campagna elettorale nel mezzo della pandemia. dare corpo ai programmi, rassicurare la sinistra del partito, cui alla convention è stato offerto uno spazio ridottissimo, quasi ridicolo. Ma il valore storico della sua candidatura è chiaro: gestire la transizione verso un futuro di cui lui non farà parte.

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