“Nella mia fine è il mio principio”. Il titolo di un famoso giallo di Agatha Christie si adatta benissimo al primo anniversario della caduta del governo gialloverde di Giuseppe Conte.

Per due motivi.

Il primo proprio perché l’incredibile crisi agostana di un anno fa fu un thriller in piena regola. Senza preavviso e quasi in preda un folle raptus, Matteo Salvini “ammazzò” il Conte uno la sera del 7 agosto sulle dune di Sabaudia, a ridosso del voto leghista pro-Tav in Parlamento, più un pretesto che un movente serio. E tredici giorni dopo, il premier defenestrato smascherò in Senato il colpevole con un discorso magistrale di quasi un’ora. In pratica disarmò Salvini fino all’umiliazione: “Sei irresponsabile e pericoloso”. In una scena memorabile, con un’inedita disinvoltura che non gli conoscevamo, Conte arrivò finanche a mettergli una mano sulla spalla. Come a dire: “Poverino, se non lo hai capito, te lo dico di nuovo”.

Ed è da questa scena che si arriva alla seconda ragione del titolo christiano citato all’inizio. Quel 20 agosto che segnò la fine del contratto di governo tra il M5S post-ideologico e la destra sovranista e xenofoba di Salvini, in realtà vide la nascita di un leader politico, al culmine di una parabola durata solo un anno. L’esatto opposto, per intenderci, dell’inesperto ed esitante Avvocato del Popolo cui Luigi Di Maio sussurrava all’orecchio cosa dire e cosa fare. Non solo. La nascita del nuovo Conte fu il preludio al governo più affidabile e rassicurante che si poteva realisticamente concepire in questa legislatura, quello tra i Cinque Stelle e un Pd non più guidato da Matteo Renzi. E la conferma di questa affidabilità è arrivata con la tragica emergenza della pandemia – la più grave dell’Italia repubblicana – che non a caso ha fatto registrare indici di gradimento record per il premier.

Tuttavia, a distanza di un anno, la maggioranza giallorossa sembra prigioniera di un paradosso rischioso. Da un lato la forza del premier, che nella trattativa europea sul Recovery Fund ha assunto toni da statista d’antan. Dall’altro, la debolezza delle due principali forze che lo sostengono, il M5S e il Pd, attraversate in queste settimane da fibrillazioni, scossoni vari, inquietudini dettate anche da ambizioni personali: una miscela che potrebbe rendere imprevedibili le conseguenze di un eventuale risultato negativo per i giallorossi alle Regionali del 20 settembre, tra un mese esatto.

La vulgata di Palazzo fissa in un rimpasto dell’esecutivo la soluzione dell’attuale instabilità, ma la prassi politica insegna che è un conto ragionare a priori, un altro riflettere e decidere in presenza di un determinato esito elettorale. Ci sono dinamiche che si innescano solo dinnanzi ai numeri ed è per questo che possiamo chiederci: basterà solo un rimpasto per far arrivare il Conte due alla scadenza naturale della legislatura, il 2023, passando per l’appuntamento decisivo dell’elezione al Colle del successore di Sergio Mattarella, nel 2022?

In ogni caso, le debolezze interne di M5S e Pd potrebbero persino essere un’opportunità per la maggioranza. A patto, però, che il processo di scomposizione in atto porti a una chiarezza definitiva.

Innanzitutto questa coalizione conviene ai democratici di Nicola Zingaretti, che, non dimentichiamolo, subì passivamente la svolta filogrillina di un anno fa, peraltro corrisposto in perfetta simmetria dal suo dirimpettaio Luigi Di Maio, allora capo politico dei 5S. Oggi nel Pd si riparla di vocazione maggioritaria ma con il 20 per cento dei voti è difficile considerare realistica questa prospettiva, benché il consenso nelle urne sia divenuto molto volatile.

L’attuale quadro resta tripolare e la legge elettorale che dovrebbe accompagnare il taglio dei parlamentari, cioè un proporzionale con 5 per cento, si limita a fotografare la situazione italiana, riuscendo però a tagliare fuori partitini nati da scissioni parlamentari e quindi sopravvalutati rispetto alla realtà e alla narrazione sui mass media: si pensi a Italia Viva di Matteo Renzi e ad Azione di Carlo Calenda. Ergo dove va il Pd da solo? Eppoi una trasformazione della maggioranza giallorossa in alleanza politica potrebbe delineare un inedito centrosinistra, in cui a differenza del passato è più marcata la questione morale (che tanti voti ha fatto perdere a sinistra, che piaccia o no) e c’è meno asservimento ai poteri forti.

Che il Pd lo faccia con Zingaretti ancora segretario oppure con uno tra Orlando e Bonaccini come leader del futuro poco importa: il dibattito interno dei dem oggi è scandito soprattutto dalle ambizioni personali, non da una divisione strategica.

Ma converrebbe, questa alleanza, soprattutto ai Cinque Stelle. Basta fare il raffronto con il disastro pentastellato durante il governo gialloverde: la metà dei voti persi appena un anno dopo alle Europee e l’incapacità politica di tenere testa a Salvini. Il governo giallorosso ha ribaltato i rapporti di forza sin dall’inizio, durante le consultazioni.

Se infatti nel 2018, Luigi Di Maio era stato sbeffeggiato e ingannato dai tatticismi dell’amico leghista “Matteo” (non si era mai visto il leader della forza che ha vinto le elezioni cedere all’alleato minore sul nodo della premiership), un anno dopo è stato il M5S a imporre il premier (cioè l’uscente Conte) al Pd. Merito in particolare della ritrovata leadership di Beppe Grillo che in due mosse ha disegnato la traiettoria di governo. Dapprima invocando un nuovo esecutivo contro i barbari, e liquidando così il grido di Di Maio e Di Battista per il voto anticipato. Poi innalzando Conte a “Elevato” e costringendo sempre Di Maio, paragonato un bimbo che gioca sulla spiaggia con il pongo della propria mediocrità, a sostenerlo nel secondo giro di consultazioni.

Un anno dopo, oltre ad alcuni provvedimenti di governo, il M5S può vantare politicamente una serie notevole di risultati positivi: un premier solido che è sì terzo rispetto ai partiti ma è stato comunque indicato dai pentastellati; aver frenato la discesa dei consensi elettorali; avviato un distacco irreversibile dalla piattaforma Rousseau, gestita per meriti dinastici da Casaleggio junior; aver aperto alle alleanze con gli altri partiti sul territorio e allo stesso tempo cancellato la boiata populista dei due mandati per gli amministratori locali; infine aver prodotto una maggioranza e una minoranza interne, frutto di una sana logica democratica. Ora non gli resta che dotarsi di una vera leadership politica e azzerare il peso interno dell’ex capo Di Maio, che da vero andreottiano campa sulle rendite di posizione e condiziona tutti gli equilibri, come dimostra il suo traballante rapporto con il premier.

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