Le memorie di Sandra Bonsanti, signora del giornalismo italiano, sono una intensa prova letteraria, che non sfuggirà senz’altro all’autorevole giudizio di chi dà pagelle e premi, oltre che un elegante prodotto editoriale molto curato dalla casa editrice di Rosellina Archinto.

I suoi ricordi sono pieni di poesia, e non solo perché le è facile, diremmo a portata di mano, citare il sommo poeta amico di famiglia, Eugenio Montale. Questi, finita la guerra, passava le sue estati in Versilia, insieme alla donna che aveva sposato, Drusilla Tanzi, detta Mosca, rinunciando al grande amore per Irma Brandeis, e con la famiglia Bonsanti, “in una dimestichezza che oggi ricordo con meraviglia – scrive l’autrice – lui fu davvero il maggior poeta italiano del Novecento? Povera Mosca! Da noi bambini tiranneggiata per i suoi bagni di sole, lei completamente nuda e indifesa e da noi spiata e derisa…”.

Ricordi di questo tipo, al ritmo dato da parole lievi ma piene di senso, sono seminati ovunque nel racconto fatto con gli occhi della bimba Sandra che cresce in una delle famiglie più importanti della vita culturale fiorentina e italiana, in un clima floridissimo: da una parte la solida tradizione maremmana dei Bonsanti, dall’altra i tormenti della discendenza ebraica della madre, che dovrà cambiar nome per sfuggire alle leggi razziali.

Un incrocio ricchissimo: tra la migliore cultura ebraica italiana, impegnata nelle lotte di emancipazione risorgimentale, famiglie “patriottiche in quanto che, essendo ebraiche, ma laiche, erano grate all’Italia risorgimentale di aver dato loro piena emancipazione…” – secondo le parole di Leo Valiani nell’introduzione all’epistolario familiare di Carlo, Nello e Amalia Rosselli; e gli ambienti della vecchia cultura azionista, laica e antifascista, espressione, ahinoi, di una borghesia mai nata.

Poi, ad un certo punto, quella bambina saltellante tra l’enorme corpaccione, ma dolce e gentile, un ‘gigante mansueto’, di Carlo Emilio Gadda e gli artisti (letterati, poeti, pittori, musicisti) amici di papà Alessandro, si ferma d’improvviso. Irrompono gli stivali pesanti e terrificanti dei soldati del generale Kesserling. Quel rumore, come la parola rastrellamento, deve essere stato particolarmente crudele e penetrante perché ho sentito nel corso negli anni tanti testimoni che lo accennano con la stessa paura di allora: anche mia nonna Maddalena usava raccontarmi ‘le storie del tempo di guerra’, nel riposo pomeridiano, e mi parlava sempre di camion pieni di martiri che si dirigevano verso le Fosse Ardeatine, la mia famiglia paterna abitava lì vicino, e di quel rumore di stivali di cui anche lei evidentemente non si è mai liberata…

C’è dunque un prima e un dopo nei ricordi di Sandra Bonsanti, e poi ancora un altro ‘dopo’, la Liberazione, quei canti, le campane e i colori della primavera nella campagna fiesolana, i ritorni di chi era scappato, quello, importante nei suoi ricordi, della famiglia Rosselli: la madre Amelia, le due vedove di Carlo e Nello e i loro sette figli. È in quel mezzo di fatti terribili che sentiamo un dolore immenso: quello di ciò che è stato il fascismo.

Quegli intellettuali civili amici di papà, pacifici, colti, proiettati verso il futuro del pensiero, tutti umiliati e zittiti, i loro epistolari nascosti o bruciati, i lutti, le torture; la madre ebrea che pur avendo adottato un nome ‘ariano’ deve lasciare ad altri la sua figlioletta, mentre la battaglia per la liberazione di Firenze si fa più dura e non si sa ancora come andrà a finire, le scuole negate ai figli di ebrei – il fratello di Sandra, Giorgio, oggi autorevole storico dell’arte, nasce quando tutto sta per finire.

Lì c’è un dolore che non passa e tutto il carattere dell’antifascismo radicale di Sandra Bonsanti oggi, con il suo gruppo di Libertà e Giustizia: l’ho vista combattere come una leonessa contro i suoi amici che la esortavano ad abbandonare la pregiudiziale antifascista, ‘oggi non è più il pericolo principale, non confondiamo i tempi, il passato è passato’. Eh no, ha detto lei. Il fascismo lei sa cosa è stato, e sa anche che “ogni metro riconquistato alla libertà porta ancora i segni della barbarie”, scrive senza eludere una domanda: “noi che fummo risparmiati abbiamo il diritto oggi di parlare e scrivere o si addice il silenzio ai nostri ricordi?”.

Lo storico Leonardo Paggi che vide i tedeschi sterminare la sua famiglia a Civitella Val di Chiana, nel suo saggio sul Popolo dei morti edito dal Mulino nel 2009, parla della necessità del sopravvissuto, ad un certo punto della sua vita, di “trascendere la memoria del proprio lutto nella storia della bufera di cui esso fu parte”. Paggi cita Montale: “… Memoria / non è peccato fin che giova. Dopo / è letargo di talpe, abiezione/ che funghisce su sé…”. La soluzione per Sandra, è racchiusa in quel dopo. Quando è “dopo” e chi decide che il “dopo è arrivato?”. Ecco, nella bufera di questo primo scorcio del XXI secolo si sente così spesso l’eco di quegli stivali che è bene non dimenticare almeno “fin che giova”.

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