“Garantisco che non ha sentito niente”, afferma l’assistente sociale ai giornalisti all’uscita dell’ospedale. Non ha sentito le proteste del gruppo di manifestanti che al grido di “assassini” ha tentato di invadere l’ospedale per impedire che i medici operassero su di lei, di appena 10 anni, un aborto terapeutico, interrompendo la gravidanza nata da una violenza sessuale subita da uno zio. E così, non solo ha rischiato la vita e dovrà portare con sé il trauma degli abusi subiti tra le mura domestiche negli ultimi quattro anni. Un giorno la piccola vittima di violenza potrebbe essere costretta a sapere di essere diventata uno strumento politico nelle mani di un gruppo di attivisti dell’estrema destra brasiliana, religiosi pro-vita secondo cui anche in questi casi l’aborto è da condannare. Facendo di una vicenda emersa come una terribile storia di pedofilia un oggetto di squallido scontro politico e religioso.

La storia della piccola che vive cresciuta dai nonni in una piccola città dello stato di Espirito Santo era diventata pubblica all’inizio del mese dopo la scoperta della gravidanza ad appena 10 anni. In ospedale a causa dei continui dolori all’addome, il racconto degli abusi subiti aveva fatto attivare il protocollo per l’aborto terapeutico, permesso in Brasile solo in caso di violenza o grave malformazione del feto entro le 22 settimane e dietro ordine di un giudice. Condizioni soddisfatte che tuttavia non erano bastate a imporre ai medici dell’ospedale di Vittoria, dove la piccola era ricoverata, l’operazione. Al punto da dover rendere necessario un trasferimento in un altro stato, il Pernambuco.

Nonostante la dovuta tutela dell’anonimato e la distanza da casa, una volta arrivata nella nuova struttura ad attendere la piccola non c’era il silenzio che avrebbe meritato, ma il picchetto di un gruppo di militanti anti-abortisti evangelici ultraconservatori, convocati su internet per manifestare e impedire che l’intervento venisse praticato. Solo l’arrivo della polizia ha impedito che i manifestanti entrassero nella struttura brandendo la Bibbia.

Le indagini nate a seguito dei fatti accerteranno che a pubblicare su YouTube le immagini del medico che ha praticato l’intervento, informando del trasferimento della piccola fornendone nome e cognome, era stata Sara Fernanda Giromini, nota come Sara Winter, militante di estrema-destra e sostenitrice della prima ora del presidente Jair Bolsonaro. La donna riassume in sé il paradosso brasiliano contemporaneo. Tra aprile e ottobre dello scorso anno era coordinatrice generale del dipartimento di Attenzione integrale alle gestanti e alla maternità del ministero della Famiglia, Donne, e Diritti Umani. E ieri anima della marcia sull’ospedale dove una bambina di 10 anni vittima di stupro veniva sottoposta ad aborto per salvarle la vita.

La procura sta indagando anche per scoprire chi abbia fornito le informazioni alla donna, orientando l’attenzione proprio verso il ministero guidato dalla evangelica, anti-femminista e anti-abortista ministra Damares Alves. Il ministro nega mentre l’ex titolare del dipartimento per la tutela della Donna nel governo del presidente Dilma Rousseff e attuale deputato, Iriny Lopes, ha chiesto alla Corte Suprema di indagare sulla condotta del ministro Alves indicata come “molto prossima” all’estremista Sara Fernanda. Lopes ha denunciato infatti che nei giorni precedenti all’aborto il ministero aveva inviato a casa della piccola suoi funzionari. “È importante verificare quale sia stato l’approccio adottato dai rappresentanti del governo federale, dal momento che gruppi fondamentalisti hanno cercato di convincere la famiglia a portare avanti la gravidanza della bambina”, ha scritto nella relazione.

In attesa che la giustizia muova i primi passi, i social network hanno immediatamente rimosso i contenuti e profili di Sara Winter. In realtà, dopo il suo arresto nel mese di giugno e nonostante la precoce scarcerazione, la donna non avrebbe potuto aprire nuovi profili sui social network. A capo del movimento politico di estrema destra “Gruppo 300 del Brasile” era finita infatti in manette lo scorso 15 giugno nell’ambito dell’inchiesta aperta dopo che due giorni prima alcuni manifestanti avevano esploso fuochi d’artificio in direzione della sede della Corte suprema al termine di alcune settimane di tensione e di scontri tra i poteri della Repubblica, alimentati proprio sui social network.

Dopo essere stata oggetto di perquisizioni nell’ambito dell’inchiesta della Corte suprema contro la diffusione di fake news, la donna, in un video diffuso sui propri profili social, aveva affermato di voler “rendere la vita del magistrato un inferno” una volta scoperti i luoghi che frequenta, “fino a quando non sarà fuori dai giochi”. “Non rimarrai al potere. Lascerai. Nel bene e nel male”, aveva detto, aggiungendo: “Da oggi Alexandre de Moraes ha un nemico personale. Sono io. Se fossi a San Paolo, andrei di fronte al suo edificio, lo chiamerei per prenderlo a pugni”.

La protesta era arrivata nel corso di un periodo di accese proteste, animate dalla volontà di sostenere l’azione del governo Bolsonaro a discapito degli altri poteri dello Stato, accusati di voler limitare l’azione del presidente e di boicottare la gestione del governo sull’emergenza Covid. Azioni che hanno visto sempre Sara Winter presente. Non solo. Alcune proteste avevano contato anche sulla presenza dello stesso presidente che aveva preso parte a un corteo a Brasilia dinanzi al quartier generale dell’esercito, nel corso del quale i manifestanti chiedevano, tra le altre cose, la “chiusura” di Corte suprema e Parlamento e l’adozione dell’Atto Istituzionale numero 5, disposizione di legge adottata nel corso della dittatura militare e in vigore per dieci anni (dal 1968 al 1978), in cui era stabilito che le persone arrestate per crimini politici o contro la sicurezza nazionale perdevano il diritto alla concessione di habeas corpus, potendo essere di fatto arrestate dalla polizia senza prove e senza mandato di cattura a tempo indeterminato. Accuse non abbastanza gravi per giustificare il carcere per la donna che ha lanciato la sua crociata politica contro una bambina di 10 anni vittima di violenza sessuale.

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