C’è qualcosa di anomalo nell’allarmismo che si sta diffondendo sul Covid in Grecia. Sin dal mio arrivo ho riscontrato una buona organizzazione logistica, con presidi e test nei principali porti, dove io stesso sono stato sottoposto al tampone in pochi minuti.

Oggi, complici gli aumenti dei contagi nel paese, sale la tensione e l’angoscia per chi rientra in Italia, con l’immancabile coda di polemiche. Ma forse servirebbe più misura, tanto nella politica quanto nella comunicazione. Un esempio concreto può venire in aiuto. A metà giugno, alla notizia che la Grecia aveva “rimandato” di 15 giorni l’ingresso dei turisti italiani, nel nostro paese è scoppiata una bufera con titoli contro la Grecia, con qualcuno che addirittura arrivò a parlare di razzismo ellenico verso gli italiani. Io stesso, interpellato da alcuni programmi televisivi italiani, ho spiegato in quei giorni che si trattava di una semplice mossa precauzionale. Nulla di più.

Una più attenta lettura del provvedimento del governo greco sarebbe stata sufficiente per capire che, molto semplicemente, i turisti italiani così come tanti altri sarebbero entrati in Grecia dal 1 luglio anziché dal 15 giugno. Una tempesta in un bicchier d’acqua? Oggi si assiste ad un allarmismo verso chi avrebbe “sciaguratamente” scelto l’Egeo come meta delle proprie vacanze ma non una parola si dice su chi ha permesso feste in discoteca, dal Salento alla Gallura, con più di 2000 persone ammassate o su chi ad esempio proviene dalla Francia, dove i contagi hanno superato il migliaio. E’come se una silenziosa ma deleteria schizofrenia avesse colto tutti i livelli.

Il problema, in Grecia come altrove, è circoscritto alla responsabilità delle proprie azioni e delle proprie parole. La crisi sanitaria non ha ancora insegnato all’Italia che essa va gestita con attenzione al cubo e parsimonia di favella. Occorrerebbe più serietà sia nei provvedimenti di chiusura/apertura sia nella comunicazione degli stessi, raccontando i fatti così come cronaca impone e senza sottolineature o esagerazioni che nuocciono alla serenità di cittadini e imprese. Imporre 15 giorni di quarantena (e non un tampone) a chi rientra dalla Grecia in Puglia è una sciocchezza.

La Grecia è un paese di poco meno di 10 milioni di cittadini: è di tutta evidenza che 200 contagi al giorno rappresentano una percentuale genericamente molto bassa, ma quel numero di contro mostra un trend in oggettivo aumento rispetto ai numeri fatti registrare durante il lockdown.

Il governo ellenico ha deciso pochi giorni fa di limitare gli orari di bar e club nei luoghi più alla moda, come le isole o la capitale. Proprio Atene qualche sera fa mi è sembrata spettrale, altro che assembramenti: Plaka e Monastiraki avevano moltissimi tavoli vuoti, i vicoli solitamente densi del passeggio notturno erano drammaticamente liberi, con ristoranti e gelaterie in crisi esistenziale, per non parlare degli alberghi pieni al 20% della capienza.

Inoltre è utile ricordare che il tris di isole alla moda Mykonos, Santorini e Paros rappresentano un pezzo di turismo greco, non il tutto. Questo per dire che in altre località si può trascorrere una vacanza serena senza assembramenti e senza timore di contagi, indossando la mascherina nei luoghi chiusi e nel rispetto di tutti.

Il mancato rispetto spesso viene da una generale confusione su fatti e comportamenti, che andrebbero analizzati con attenzione e approfondimento, per non finire guidati dalla generale “ansia social”: l’antitesi di ciò che una società matura e responsabile dovrebbe fare, soprattutto in un momento come questo.

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