Attraversi il grande parcheggio, indossi ballerine dorate con la punta usurata. Indovini la presenza mansueta della donna. Aspetta il polacco che esercita l’abilissima virtù di viver d’espedienti. Tomek. Raggiungi la donna, la dimessa presenza vigila senza fretta sull’intercedere del tempo inutile in luogo di ore che ognuno chiama come può. Come ogni fatto della nostra esistenza, ognuno lo intitola come può.

Le tue ore si chiamano inedia o rimpianto o errori. Nella pluralità dei tuoi, hai condotto gli anni, uno dietro l’altro, uno dietro l’altro si sono fissati su un brano di te, sui tuoi occhi con un’esitazione che compare a scudo a tutte le novità. Le novità sono disillusioni, da allora. Ti avevano avvertito: non sarai amata di più.

Questo assillo lo trascinerai nei tuoi romanzi, avresti desiderato chiudere una trilogy, abbassare il velario e salutare: arrivederci, quel che avevo da fare l’ho fatto. Invece ti sei messa in testa questa brutta faccenda della reciprocità. Hai cercato l’amore con una piega sul labbro. Non era un sorriso. Non ti importava nulla della reciprocità in casa della creaturina. Lei, immagina, lei che ti dice: sei una santa. Lei. Lei era la mistica, era il perimetro preciso di un martirio. Le forme di martirio possono adeguarsi al nostro spazio morale o circostanziato e fisico.

Non ti importava di essere amata. Tu eri la madre di un bastardo. Figlio di. Sai. Però era letterale. Avevi un ruolo. Non lo sapevi, non con esattezza.

Hai un vestito di velluto, scarpe viola, capelli bruni con strisce rossastre. Indossi un rossetto mirtillo, usi una cipria bianca bianchissima. La sera si arrende piano piano al giorno. Tu guardi fuori in attesa degli avventori. Il club. Sei giovane. Hai i giorni da contare, da consumare ognuno come fosse l’ultima razione di desiderio da consegnare all’immortalità. Devi divorarla. Sei uscita da una guerra. Ehi, no. No. La stai appena affrontando, sei già un soldato. Sei già in trincea.

Non lo sai. Il prurito ti disturba. È la novità. Esci con gente strana. Lo dice la vicina di casa della creaturina. Ha ragione. E così ti graffi i polpacci fino a farli sanguinare. Ricordi? I tuoi capelli. Quel giorno, ricordi? I tuoi capelli lunghissimi. Aspettavi un bambino.

Li hai dovuti tagliare. Tu avevi i pidocchi. Oh quanta mortificazione. Ma era quel balordo lì. Tu non avevi responsabilità: lui strisciava nei tombini.

Ma allora nel club eri pulita. Pulita. Edith Piaf cantava lontananze tragiche e lussuriose. Avresti voluto consumarti nella passione. Non conoscevi ancora la passione. Oggi cosa puoi dirmi?

Niente. Niente. Siedi allora accanto alla donna. Le confidi che nessuno è riuscito ad amarti. “Nessuno” dici. Quante volte sarà capitato che hai provato ad amare, dopo quel tempo. Poche volte, ammetti.

Che non ti parlassero di destino. In casa della creaturina non c’era tempo di pensare al destino, di invocarlo, di intitolargli un fatto, una felicità. Fumavi al davanzale, sotto sentivi le urla di alcuni indigeni, litigare per ovvietà brutali. Questa tua piccola vita stava incontrando il mondo nelle sue molteplici ambiguità. La laidezza del mondo. La sensualità. La vergogna. L’amore forse. La passione.

Una rivoluzione piccola come la tua vita. E tu eri già un soldato, con uno sguardo pieno di ignoranza, per gli altri eri innocente. Sgranavi gli occhi. “Davvero, non posso crederci!”. Esclamavi come una stupida. Per gli altri eri una bambina.

La bambina. Soggetto incontrollabile, portatrice di disastri altrui. Depositaria di ignominie universali, tu per tutti. La vestale degli imperdonabili, pretendi l’iscrizione nella lapide. Fai un salto da lassù, la rupe la vedi?

Cosa devi fare ancora?

Siedi con la donna. Fissi la punta delle scarpe. Asciughi le lacrime. Neanche lui mi ha amato. L’ultimo. Scuoti il capo, asciughi le lacrime. Una ti scende giù veloce, non la fermi. La più ostinata.

Ti ripeti: ho fatto quel che ho potuto.

E hai perso.

(continua)
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