di Michela Sfondrini

Domanda semplice, risposta altrettanto semplice.
Perché una barca, un’altra barca?
Perché tante, troppe persone continuano a morire nel tentativo, spesso disperato, di attraversare il Mediterraneo, spinte da una misura di necessità e di bisogno che credo di non poter comprendere. Come tutti, negli ultimi anni, ho assistito allo sciorinare delle cifre dei morti, dei dispersi, dei recuperati. Come tanti ho cercato di immaginare le storie dietro ai numeri, le vite delle persone dietro all’anonimato della cronaca, le ragioni di gesti che paiono illogici e irrazionali – cosa abbiamo da offrire loro, davvero? – rimanendo sgomenta di fronte a ciò che sta accadendo e che continuerà ad accadere. Che ci piaccia o no.

Che ci piaccia o no, non si interromperanno le partenze dalle coste africane; che ci piaccia o no, non fermeremo chi parte, semplicemente perché, sempre più spesso, non c’è scelta che non sia partire. Ma possiamo scegliere da che parte stare di fronte a un uomo o a una donna in balia del mare, in pericolo a causa del mare e di chi li insegue per riportarli a terra o per fare in modo che non raggiungano nessuna terra. Come tanti, nel corso degli anni, ho sostenuto altre barche che si sono attrezzate per salvare chi in mare rischia di morire.

Ora ho deciso di spendermi per una barca nuova di cui c’è bisogno, perché le barche che si prodigano per salvare chi rischia di annegare sono poche e le persone che rischiano di annegare troppe. Una barca che desidera aggiungersi alla flotta solo apparentemente disordinata e improvvisata di chi non accetta che il Mediterraneo diventi un mare di morte.

Si chiama ResQ e sta diventando realtà: una barca che, semplicemente, cercherà di salvare persone. In attesa che l’Europa faccia la sua parte e che non lasci sola l’Italia in qualità di Paese di approdo; in attesa che l’Italia cambi leggi e atteggiamento nell’affrontare il fenomeno migratorio, insieme a tanti altri ho deciso che stavolta avrei cercato di fare la mia parte fin dall’inizio, con alcuni compagni di strada con cui sento di avere in comune il desiderio di fare qualcosa, non solo di stare a guardare.

È un tempo strano, questo, per tutti noi. È un tempo sospeso che viene dopo un’emergenza sanitaria che ancora ci attanaglia, della quale non vediamo la fine, che ha modificato o addirittura stravolto le nostre vite e a causa della quale abbiamo misurato una fragilità e un’impotenza che non conoscevamo. Il passato prossimo per qualcuno è stato tragico e doloroso, per qualcun altro “solo” difficile e complicato; il futuro promette incertezze e insicurezza per tutti. E allora perché occuparsi di chi rischia di morire in mare? Proprio ora che i bisogni e le necessità di chi ha i piedi sulla stessa terraferma che calpestiamo noi crescono a dismisura, perché? Perché nessuno si salva da solo, perché se continueremo, inconsapevolmente, a perdere la nostra umanità, perdendo l’occasione per allungare una mano e tirare su chi sta annegando, non metaforicamente, domani, forse già oggi, saremo pronti a veder annegare, in questo caso metaforicamente, chi ci sta accanto. Semplicemente perché, se abbiamo la forza di mettere una nuova barca in mare, non farlo sarebbe un peccato.

L’idea di ResQ nasce da un manipolo di amici, la cui amicizia, credo, è cementata da idealità e sensibilità comuni. Io non ne ho fatto parte, mi sono imbarcata strada facendo e mi sono fatta imbarcare, con entusiasmo, quando hanno cominciato a dare gambe a un’idea che poteva apparire prima follia poi un sogno, ma che ora sta per diventare realtà. ResQ è diventata una Onlus, c’è un progetto, ci sono tante persone diverse che si stanno facendo coinvolgere, che stanno mettendo a disposizione sé stesse e quello che possono perché questo sogno diventi una possibilità. Dipenderà da chi ci starà, da quanti saremo, da quanto bravi saremo a coinvolgere e a convincere.

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà – ha scritto Italo Calvino -; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo… accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
ResQ aspetta tutti quelli che vorranno starci, in terra o per mare, che non accettano l’inferno e non sono disposti a dargli spazio.

* libraia di Lodi

Per ulteriori info visitate il sito www.resq.it o scrivete a volontari@resq.it o a info@resq.it

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