La storia tiene banco da qualche giorno sulle pagine di politica internazionale così come su quelle di finanza e di tecnologia dei giornali di mezzo mondo: Microsoft, il gigante americano di Redmond, quello di quel software Windows attraverso il quale la più parte dell’umanità ha imparato a scrivere su un computer, è determinato a comprare una fetta importante – quella relativa al mercato nord americano e canadese – di TikTok, l’app di origini cinese di video sharing, la più amata del momento, soprattutto dagli adolescenti, con al suo due miliardi di download, più o meno, da ogni angolo del globo.

Se Microsoft riuscirà nel suo intento, parte del merito – se di merito può parlarsi – sarà del governo americano che, nella sostanza, sta spingendo la società cinese proprietaria di TikTok a cederle il suo mercato americano dietro la “minaccia” – e forse le virgolette non servono – di rendere inaccessibile l’app dagli Stati Uniti d’America. Non è una bella storia.

L’assunto della Casa Bianca – o, almeno, del padrone di casa Donald Trump – è che il governo di Pechino usi o possa usare TikTok per spiare i cittadini americani e/o per orientarne le opinioni e che far uscire di scena i cinesi di Bytedance, la società che gestisce TikTok, e mettere al timone uno dei giganti americani della tecnologia sia il modo migliore per risolvere il problema. Naturalmente è un assunto che, per quanto ne sanno i comuni mortali, è privo di qualsiasi base scientifica.

Di certo c’è solo un fatto: il governo di Pechino ha dalla sua regole che consentono alle sue agenzie di intelligence di accedere ai dati degli utenti di TikTok in maniera ampia e, probabilmente, poco selettiva. Ma questo è esattamente quanto il Cloud Act autorizza a fare il governo di Washington attraverso le proprie agenzie di intelligence.

Per il resto le chance che TikTok sia usato dal governo cinese per operazioni di disinformazione di massa sono più o meno le stesse che, allo stesso scopo, siano usate le altre grandi piattaforme di condivisione di contenuti e di social networking americane dal governo Usa o, persino, da governi terzi.

Il Presidente Usa, quindi, sembra preoccuparsi, fino al punto di entrare a gamba tesa in una questione di mercato e assegnare un rigore alla squadra di casa contro l’ospite cinese, di una situazione analoga a quella che il resto del mondo vive quotidianamente, ormai da anni, nei confronti del suo governo e degli oligopolisti del web a stelle e strisce. Il bue che dice cornuto all’asino, si direbbe al bar. Ma il punto non è questo o, meglio, non è solo questo.

Il punto che lasca più perplessi dell’intera vicenda è che, nella sostanza, stiamo progressivamente prendendo atto, verrebbe da dire con rassegnazione, del fallimento delle regole, delle policy, dei sistemi di regolamentazione internazionale persino quando in gioco ci sono i diritti fondamentali o, forse – il che è peggio – soprattutto quando in gioco ci sono diritti fondamentali.

Se per un istante assumiamo che il governo americano agisca in buona fede quando dichiara che la soluzione migliore per abbattere i rischi di spionaggio di massa e campagne di disinformazione cinesi attraverso TikTok sia rendere inaccessibile TikTok dagli Stati Uniti o costringere i cinesi a cederla a una corporation americana, evidentemente significa che non ritiene esistano – o almeno siano utili in termini di effettività – regole, convenzioni o accordi internazionali capaci di garantire lo stesso risultato.

E, d’altra parte, non è molto diversa la conclusione alla quale sono arrivati nei giorni scorsi i giudici della Corte di giustizia dell’Unione europea quando con la sentenza ormai nota come Schrems II hanno messo nero su bianco che nonostante l’accordo Europa-Usa noto come “privacy shield”, gli Stati Uniti continuano a non rappresentare un Paese di destinazione dei dati personali dei cittadini europei sufficientemente sicuro.

E, a ben vedere, sono più o meno le stesse anche le considerazioni che stanno portando un numero crescente di Paesi europei, tra i quali l’Italia, a ragionare dell’esigenza di progettare, sviluppare, utilizzare infrastrutture cloud europee, almeno per talune tipologie di dati e servizi strategici, come unica chance di garantire, per davvero, la sovranità nazionale e porsi al riparo dal rischio di ritrovarsi ostaggio di questo o quel governo straniero.

Le regole, gli accordi internazionali, le convenzioni, i trattati sembrano non bastare più. Eppure non si discute di garantire diritti privati o di dettaglio, ma libertà e diritti fondamentali di milioni di cittadini come la privacy, la libertà di informazione o quelli connessi con l’autonomia, l’indipendenza, la sovranità di un Paese rispetto al proprio territorio, ai propri cittadini, alla propria industria.

Il software, la tecnologia, gli algoritmi e i loro proprietari sembrano capaci di travolgere un intero sistema di diritto che, sebbene in maniera imperfetta e non senza incidenti di percorso e fallimenti anche drammatici, ha sin qui garantito alla comunità internazionale di esistere, crescere e svilupparsi.

Forse è davvero arrivato il momento di promuovere una nuova fase di codificazione internazionale che sia capace di garantire alla società globale un futuro civile e democraticamente sostenibile basato sul rispetto di regole e diritti fondamentali, a prova di derive tecnologiche e algoritmiche senza bisogno di così frequenti “strappi” e soluzioni estreme e emergenziali.

Senza, con l’internet delle cose che avanza, l’intelligenza artificiale che diviene sempre più pervasiva e presente nel nostro quotidiano, il futuro che ci attende rischia di essere meno democratico del passato che ci stiamo lasciando alle spalle.

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