L’incidente al porto di Beirut non può essere considerato in nessun modo un evento disastroso come ne accadono tanti. Questo per una serie di motivi ben precisi: innanzitutto per la gravità dei danni in termini di perdite di vite umane, ed economiche e in seconda battuta per le conseguenze che questo fatto produrrà.

L’incidente è avvenuto in un momento molto particolare e delicato della vita del Libano. Il paese sta infatti attraversando una crisi molto forte. Il paese dei Cedri è economicamente in ginocchio, come conseguenza di una lunga politica caratterizzata da numerose sanzioni comminate da attori internazionali, in primis dagli Stati Uniti. In questo quadro sono state portate avanti anche una serie di azioni di intelligence che miravano a prosciugare le risorse finanziare del Partito di Dio, Hezbollah, nato nel 1982, sostenuto dalla comunità sciita del paese.

Prima delle esplosioni che hanno distrutto il porto e la zona circostante il problema più importante che il governo libanese doveva affrontare era la crisi economica e la conseguente instabilità sociale e quindi politica. Questa crisi che si è accentuata nell’ultimo anno è caratterizzata da un forte malcontento popolare causato dalla progressiva mancanza di servizi essenziali, dalla mancanza di opportunità di sviluppo, con una classe politica accusata di corruzione e lassismo.

La situazione è ulteriormente peggiorata quando è stato intaccato il sistema bancario e monetario. Rivelante e significativo in questo quadro il crollo verticale della valuta nazionale che ha determinato nell’arco di pochissimo tempo l’impoverimento repentino della classe media della popolazione. Questa condizione di precarietà ha preparato il terreno per le proteste sociali organizzate dai gruppi contrapposti a Hezbollah, accusato di essere il governo-ombra del paese e nello specifico di essere responsabile della sua pessima situazione economica.

Tornano alla ribalta vecchie questioni, come ad esempio il ruolo del Partito di Dio nella crisi siriana. In particolare, e non è un particolare secondario, la sua posizione rispetto alla crisi siriana è stato il casus belli per decretare da parte della comunità internazionale l’isolamento del Libano. I primi che hanno utilizzato questa strategia di isolamento sono i paesi del Golfo, che precedentemente sostenevano l’economia libanese. A livello europeo non trascurabile la posizione della Germania che ha inserito il partito guidato da Hassan Nasrallah nell’elenco delle organizzazioni terroristiche.

In sintesi questa escalation a cui il Libano è sottoposto è importante e avrà ripercussioni a breve e medio termine. La crisi economica e sociale si aggraverà a breve termine, infatti con il porto inagibile non è possibile continuare il lavoro di scambi commerciali, anche quando si tratta di derrate alimentari, medicinali o carburanti, quindi beni di prima necessità.

Un altro porto potrebbe trarre vantaggio da questa situazione: il porto di Tripoli, che si trova sotto l’influenza della fazione sunnita e quindi opposta a Hezbollah.

Nel novero delle conseguenze a medio termine possiamo invece considerare la credibilità internazionale del paese. L’immagine del Libano all’estero è oggi compromessa, la sua instabilità potrebbe dare modo alla comunità internazionale di intervenire direttamente nella sua vita politica interna, come è già accaduto nel 2005 dopo l’assassinio di Hariri, quando il governo cadde, minandone in qualche modo la sovranità.

Anche la sola sciagurata e poco accorta gestione del porto di Beirut e la presenza di sostanze pericolose e potenzialmente nocive potrebbe essere considerata a livello internazionale, indice di poca credibilità. Nell’ottica internazionale, nel paese arriveranno gli aiuti umanitari, essi faranno quasi sicuramente da apripista ad ulteriori aiuti economici che influenzeranno inevitabilmente un possibile cambiamento politico.

In questo quadro Hezbollah risulterà sempre più debole e isolato, anche perché il malcontento popolare pare destinato a crescere. La crisi si aggraverà e potrebbe inserirsi nelle crisi già esistenti da tempo lungo l’asse Siria-Iraq-Iran.

Per queste ragioni l’incidente di Beirut non può essere considerato alla stregua di un incidente casuale e banale ma invece deve essere visto come uno spartiacque che porterà un cambiamento di rotta del paese. Le conseguenze di questo cambiamento saranno un repentino ridimensionamento del potere di Hezbollah, il via libera all’intervento internazionale nel paese.

Le prospettive oggi non sono rosee: la crisi farà un salto di qualità, passerà dall’essere nazionale a regionale e internazionale. il Libano – che da una decina di anni vive in un sistema binario che vede la compresenza di un blocco pro Iran e di uno pro Arabia Saudita – rischia di entrare a pieno titolo nella grande crisi politica e sociale che riguarda molte aree strategiche mediorientali.

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