Il 27 luglio 2020 la Corte d’Assise di Massa Carrara ha assolto Marco Cappato e Mina Welby stabilendo che “il fatto non costituisce reato”. Che l’aver aiutato a morire Davide Trentini non è stato “aiuto al suicidio”. “Nei confronti di Mina Welby e miei – scriveva pochi giorni prima Cappato sul sito dell’Associazione Luca Coscioni – è in corso un processo per avere aiutato a morire senza soffrire Davide Trentini, malato di sclerosi multipla e deceduto in Svizzera in un centro di aiuto al suicidio. In caso di condanna, la pena minima prevista è di 5 anni di carcere, la massima 12”.

“Davide Trentini – racconta la Stampa il 28 luglio – era malato di sclerosi multipla dal 1993. Ogni mese le sue condizioni di vita peggioravano, fino a quando erano diventate un calvario. Mina Welby gli era stata accanto nel viaggio in ambulanza verso la Svizzera, Marco Cappato aveva raccolto i fondi necessari. Così, il 13 aprile 2017, in una clinica di Basilea, Davide Trentini aveva lasciato registrate queste parole: ‘Basta dolore. La cosa principale è il dolore. Bisogna focalizzarsi sulla parola dolore. Tutto il resto è in più'”.

Alcuni anni fa riuscivo a guardare le videotestimonianze sull’eutanasia, raccolte dal sito dell’Associazione Luca Coscioni. Lo facevo più per interesse personale che per ragioni di lavoro perché, in tv, il tema era un tabù. Fra altre storie, ricordo le immagini di un malato di cancro al cervello, che per il dolore, strappando le flebo, si gettava quasi fuori dal letto, circondato dai famigliari in lacrime, impotenti ad aiutarlo.

Sei anni fa ho smesso di aprire il sito. In quell’epoca Sergio Z. di cui ero amico da quando eravamo adolescenti, aveva scoperto di avere un tumore maligno e l’idea di dover affrontare insieme a lui situazioni e (forse) scelte come quelle narrate dal sito mi era insopportabile.

Avvocato di rango e poliglotta, guidò per anni l’ufficio legale della Snam-Progetti (Eni). Lo spedivano ai quattro angoli del mondo a dirimere complicatissime questioni legali, ma lui trovava sempre il tempo di divorare intere biblioteche di mistica o di filosofia orientale, inseguendo maestri zen, dotti e sciamani dalla Francia all’America Latina. Oltre a ciò Sergio aveva un senso dell’umorismo contagioso, che affascinava anche le persone più giovani, come i miei figli o altri ragazzi della stessa età.

Sergio era un combattente e lo ha dimostrato anche nel modo in cui ha affrontato la malattia che lo ha ucciso, ma nel corso degli anni questa ‘battaglia’ è diventata un calvario. Già prima del lockdown, la sua vita era diventata una realtà fatta solo di dolore, medicazioni e morfina. Camminava a stento. Non poteva star seduto per più di un quarto d’ora. Non riusciva più a leggere. Non riusciva a dormire. Ha passato gli ultimi giorni intubato e stordito dagli antidolorifici. Qualche volta, in forma indiretta, aveva accennato alla possibilità del suicidio assititito. Mi diceva “che vita faccio ormai ? Sto pensando a scelte drastiche”. Un’amica comune si era offerta di accompagnarlo in Svizzera, ma probabilmente Sergio ha aspettato troppo a prendere la decisione ed è diventato – lui che non ha mai delegato una decisione a nessuno – ostaggio della malattia.

In fondo è questo il vero filo conduttore delle storie raccolte nel sito dell’Associazione Luca Coscioni: i malati che parlano vogliono poter decidere prima che sia troppo tardi, sinché hanno ancora abbastanza vita per scegliere una morte dignitosa. Come diceva Trentini, “basta dolore. La cosa principale è il dolore. Bisogna focalizzarsi sulla parola dolore. Tutto il resto è in più”.

Mentre scrivo mi tornano in mente tutte le oscene campagne politiche e mediatiche che sono state fatte e continuano ad essere fatte su questo tema. Mi tornano in mente i cardinali Ruini o Bagnasco che proponevano ai malati terminali di “dedicare a Dio il proprio dolore”. E quelli come Bassetti che pretendono di applicare questa formula anche a chi non crede in dio, come il mio amico Sergio, condizionando sfacciatamente la politica e proponendo “l’obiezione di coscienza” dei medici addirittura per il testamento biologico. La ‘crociata’ tv montata sul caso Eluana Englaro segna forse il punto più basso toccato dalla politica e dal giornalismo nella storia del paese.

Ricordo Silvio Berlusconi che dichiarava: “Eluana è una persona viva, che respira in modo autonomo, le cui cellule cerebrali sono vive e mandano anche segnali elettrici. Una persona che potrebbe anche avere un figlio” e altre ‘performances’ raccolte su questo sito. Gaetano Quagliariello che si mise a urlare che Eluana era stata “ammazzata”; Borghezio che parlò di “omicidio di stato”, Brunetta che insinuò che Beppino Englaro sfruttava la vicenda per vendere più libri (i soldi dei proventi vanno a due associazioni di sensibilizzazione); Mario Giordano che affermò: “E’ morta e suo padre era lontano. E’ morta di fame e di sete, con il respiro ridotto ad un rantolo e il corpo disidratato che cercava acqua dentro agli organi vitali. E’ morta in fretta, troppo in fretta per non generare sospetti… Eluana è stata uccisa, Eluana era viva e adesso non c’è più”.

Oggi, proprio per quello che ho dovuto vivere negli ultimi anni, posso solo ringraziare Mina Welby e Marco Cappato per quello che hanno fatto e per i rischi che hanno corso. Forse la tv dovrebbe raccontare anche questo aspetto della politica e non solo le gaffe di chi arraffava appalti mentre il Covid uccideva 30mila persone.

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