Beyoncé è uscita con una nuova canzone – ‘Already’, insieme a Shatta Wale e Major Lazer – e con il relativo video. Tutto a sorpresa. Com’è ormai nello stile di Queen B. Che lo fa perché, semplicemente, se lo può permettere. Riavvolgiamo il nastro.

Beyoncé Knowles nasce nel 1981 in Texas, e durante gli anni ’90 fonda le Destiny’s Child, girl band che spopola in tutto il mondo a cavallo del 2000. Ma il successo giovanile è solo il brodo di coltura per la sua esplosione da superstar globale. Che avviene nel 2003: ‘Crazy In Love’ diventa un successo planetario, nel video c’è Jay-Z, ai tempi il rapper più importante al mondo (e quindi una partecipazione di lusso per la giovane cantante), oggi suo partner nella vita e in numerose avventure artistiche. Qualche anno più tardi, dopo due best seller assoluti come il doppio ‘I Am… Sasha Fierce’ del 2008 e ‘4’ del 2011, Beyoncé è definitivamente la popstar di nuova generazione più amata e famosa del mondo. Ed è allora che decide di scalare la marcia e accelerare.

Arrivano gli anni ’10, il mondo sta cambiando. Quello discografico e quello fuori. Mentre tutta la critica, come sempre dai primi anni ’90, si affanna per trovare una “erede di Madonna” per il trono di nuova regina del pop, Beyoncé, semplicemente, costruisce un altro trono, un’altra reggia, un altro impero. Conscia del fatto che solo giocando un altro campionato si può diventare davvero regina. E lo fa intercettando tutti i sentimenti e le intuizioni giuste, perché Madonna è nata nel 1958, lei più di trent’anni più tardi. E ha una sensibilità diversa nel vedere come vanno le cose: se Madonna bucava gli schermi di MTV, Bey scolpisce YouTube secondo le sue regole. Se Madonna sconvolgeva tutti con i libri fotografici erotici (‘Sex’, 1992), Beyoncé regna sui social, mettendo in primo piano la famiglia e la sua immagine da donna di potere. E ancora, lo streaming: è il nuovo mercato discografico, e lei e consorte sono proprietari di una piattaforma (Tidal).

Ma più di tutto, dal 2011 in poi, dopo il definitivo successo di ‘4’, Beyoncé capisce che si può permettere di plasmare il mercato a suo piacimento e secondo le proprie regole. Non è più necessario pubblicare il disco ogni tre anni, seguito dal tour e dalla promozione canonica. Infatti inizia a pubblicare dischi a sorpresa, senza annunci o campagne stampa a precederli. Il primo è ‘BEYONCÉ’, 2013. Un visual album, cioè un film in cui ogni canzone nasce, alla pubblicazione, direttamente insieme al suo video, e il tutto è fruibile singolarmente (traccia per traccia) oppure nella sua interezza, album e film. Chiaramente è un successo che riscrive le regole del gioco, perché siamo definitivamente nell’era del web diffuso e tutti vanno a vedersi le canzoni su YouTube, o su Vevo, mica si deve aspettare che passino in tv (quell’altro campionato, quell’altro trono di cui dicevamo). Nel corso degli anni ’10, Beyoncé diventa la popstar più famosa, amata, seguita, ricca di sempre.

A livello generazionale, non ha termini di paragone. Perché le uniche a reggere il colpo in patria, come Taylor Swift, non hanno minimamente lo stesso successo e impatto a livello globale; e quelle che internazionalmente ci arrivano (Rihanna, Lady Gaga) non sembrano reggere la lunga distanza con la stessa, impressionante continuità. Il confronto con la regina madre, invece, è impietoso. Per una semplice ragione: Madonna è una figura già incastrata nell’immortalità, nella leggenda. Che rappresenta però tutto ciò che visto attraverso la lente della contemporaneità, fa tanto Novecento: le provocazioni, gli ammiccamenti, la figura di cantante showgirl bianca delle provincia americana. E superati i 60, deve per forza di cose ripiegare su show più contenuti (il tour nei teatri) ed è funestata da acciacchi fisici (perché si può essere immortali ma il corpo no, quello ci ricorda sempre che abbiamo una data di scadenza). Beyoncé, dal canto suo, ha fatto un salto di qualità. Non è solo una cantante fenomenale e una performer eccezionale. È una donna afroamericana nata nel Texas bianco e conservatore, quello dei cliché dei cowboy col cappello e il fucile, dei petrolieri milionari, e ha conquistato il mondo. Non solo: una volta in cima, ha deciso di cambiare le regole, diventando un megafono per le donne – il suo femminismo ultra-pop e allo stesso tempo decisamente senza fronzoli ha una potenza enorme -, per gli afroamericani – lei e Jay-Z si sono spesi in mille modi per la causa – ed è diventata istituzione. Durante la presidenza Obama il suo peso specifico aumenta smisuratamente.

Da un lato, l’arte: Beyoncé dal 2013 in poi sembra non fare più nulla che non le vada di fare; ogni progetto che la vede coinvolta dev’essere “top of the game”. Non ci sono regole o routine di sistema da seguire. Si fa solo tutto al meglio possibile. Album, video, film (è anche attrice, naturalmente), post sui social. Beyoncé non vuole adulare i follower, o ammiccarli. Pubblica foto da imperatrice, perentorie, senza caption. Seguimi e basta, sembra dire. Nel 2018 con Jay-Z (a sua volta, diventato “il marito di Beyoncé”, e stiamo parlando di uno degli artisti più importanti di tutti i tempi, per dare una misura della cosa) pubblica un album a nome The Carters (il nome della famiglia, visto che all’anagrafe Jay-Z fa Shawn Corey Carter) con tanto di video al Louvre che lancia un messaggio molto chiaro: non siamo una coppia di vip, siamo una stirpe regale. Dall’altro lato, l’essere umano: i valori degli anni ’10 intercettati e veicolati su di sé nel modo più forte e senza reticenze possibile. Bey c’è sempre. Femminista, afroamericana, aperta nel cantare il suo successo, la sua famiglia, gli errori, la sua quotidianità e le fatiche dietro al fiume di soldi guadagnati. Uno statement costante. Una narrazione costruita in maniera impeccabile nel quale rientrano anche i video e la ricerca costante di un’innalzamento dell’asticella.

Un’asticella altissima anche nel nuovo ‘Already’, soprattutto dalla parte visiva: un clip pop eppure ricercato nei costumi, nelle scenografie, nelle coreografie, nella messa in scena. Ma siamo già negli anni ’20, e nemmeno la Regina è esente da critiche: sui social c’è già qualcuno che grida all’appropriazione culturale dell’immaginario africano. Peccato che Beyoncé di tutto questo abbia fatto una bandiera, da sempre. E soprattutto: quanto è stupido, gretto, imbruttito, rappresentativo di questo periodo storico pericolosamente in balia dei frustrati tuttologi da tastiera una presa di posizione del genere? Un tiro al bersaglio che ormai mira a colpire chiunque. Come se mettere in scena l’Africa fosse di per sé offensivo, senza andare a fondo su come e perché tutto questo viene rappresentato (ed è ciò che fa davvero la differenza). I social e il clima giacobino, integralista, che seguendo i sedicenti difensori delle identità culturali e della purezza del messaggio ci ridurrà tutti a regionalismi da ultra-leghisti, quelli da anni ’90, dove la pizza alla sagra in Valle D’Aosta non si può perché “è un mangiare del sud”. Ed è significativo questo atteggiamento, perché, stupido o meno, che ci piaccia o meno, è un sentimento con cui deve fare i conti anche una come Beyoncé. La quale ha fatto un video clamoroso, ancora una volta. Ma forse non basta. Negli anni ’20 del ventunesimo secolo, Queen B, la Regina, dovrà affrontare le sfide dei social, e del politicamente corretto con due pesi e due misure. Che mette una donna afroamericana nella posizione di essere criticata da qualche leonessa da tastiera bianca, in Italia o in Svizzera, in Wyoming o in Danimarca.

Peccato che, dopo il disco ‘The Lion King: The Gift’, pubblicato lo scorso anno come “ideale” colonna sonora del nuovo ‘Re Leone’ Disney, insieme a una pletora di superstar come Pharrell Williams, Kendrick Lamar, Tierra Whack, Childish Gambino/Donald Glover, 070 Shake, Chiwetel Ejiofor, James Earl Jones, è appena uscita con un’altra bomba: il visual film del disco, ‘Black Is King’, su Disney+. Un concept e una dichiarazione d’intenti talmente forte, nell’America di oggi, degli scontri e del conflitto razziale emerso prepotentemente, da non lasciare dubbi sulla posizione della cantante. Anzi, della Regina. D’altronde, per far prosperare il regno, bisogna saper comprendere il popolo.

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