di Emanuele Bompan

“Confermiamo la nostra strategia finalizzata a far diventare Eni leader nella decarbonizzazione. Possibili accelerazioni del percorso sono in corso di valutazione. Questo ci consentirà di ottenere un miglior bilanciamento del portafoglio, riducendone l’esposizione alla volatilità dei prezzi degli idrocarburi, e di coniugare gli obiettivi di redditività e di sostenibilità che Eni si è posta”. Così il 6 luglio, Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, ha ribadito il piano di decarbonizzazione dell’azienda.

L’obiettivo al 2050 è quello di installare oltre 55 Gw di impianti di produzione energia da fonti rinnovabili e di un ridimensionamento delle fonti fossili (-80% delle emissioni), con l’85% della produzione da idrocarburi legata al gas naturale. “Avremo una riduzione delle emissioni assoluta e non solo dell’intensità carbonica (vale a dire delle emissioni carboniche per unità di energia prodotta), un unicum nel settore oil&gas”, spiega Eni.

Un’inversione di tendenza però a medio-lungo termine. La produzione upstream (la parte di estrazione di materie prime) crescerà a un tasso annuo del 3,5% fino al 2025. Poi un “successivo flessibile declino principalmente nella componente petrolio”. I dati sugli investimenti mostrano come sia ancora sbilanciato, con 2,6 miliardi di euro allocati per le rinnovabili, su un totale complessivo di 32 miliardi di euro per il periodo 2020-2023.

“Eni ha ancora una strategia a medio termine eccessivamente concentrata sui combustibili fossili. Valutiamo positivamente l’inversione di marcia al 2050, ma la velocità non è quella sufficiente per fermare il cambiamento climatico”, commenta Serena Giacomin di Italian Climate Network. “Se la nomina di Massimo Mondazzi come Direttore Generale per la Energy Evolution (ufficiale dal 31 luglio, nda) è un segnale nella giusta direzione, ancora manca la volontà politica per una azione in tempi più vicini, vista la rapidità del cambiamento necessaria”.

Da San Donato Milanese ribadiscono che “l’attuale profilo di produzione consentirà a Eni di valorizzare gli asset che sono già stati rinvenuti e sui quali sono stati fatti degli investimenti usando il flusso di cassa per finanziare l’intera evoluzione del portafoglio di gruppo”.

Numerosi esperti intervistati, come Gianni Silvestrini – direttore scientifico di Kyoto Club, ribadiscono che spostare il core business di Eni sul gas naturale, il cosiddetto combustibile di transizione, è un errore di valutazione, sia finanziario che legato alla decarbonizzazione. Secondo Massimo Nicolazzi, esperto energia di Ispi, “il gas come transizione è necessario finché non ci sarà una struttura intelligente per l’elettrificazione e lo stoccaggio, per evitare i picchi on/off del solare ed eolico. A patto però che si lasci il mercato libero”.

C’è poi il tema di controllare le fughe di metano, un potente gas climalterante derivanti dalla distribuzione in rete. “Rimane meno in atmosfera della CO2 ma ha un effetto serra decisamente più potente. Eni deve fare ancora di più sul controllo di queste emissioni estremamente dannose, lasciando spazio ad indagini indipendenti, specie nei paesi in cui per sua ammissione ha maggiore difficoltà”, continua Giacomin.

Eni punta a decarbonizzazione e fonti rinnovabili. Ma ci sono molte perplessità

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