Da tempo la Nigeria e il Burkina Faso sono diventati le discariche di rifiuti dall’Europa e nei porti italiani si susseguono i sequestri. L’ultimo porta la data di oggi ed è avvenuto nello scalo di Napoli. Quarantadue sono le tonnellate di rifiuti speciali diretti in Africa scovate dai funzionari di Agenzia Dogane e Monopoli in servizio presso l’Ufficio delle Dogane di Napoli 1, insieme con militari del II Gruppo della Guardia di Finanza di Napoli, nel corso di diverse operazioni.

I rifiuti speciali pericolosi e non, erano stipati in quattro container destinati in Nigeria e Burkina Faso che, sulla base della documentazione accompagnatoria, avrebbero dovuto contenere, invece, effetti personali e masserizie. Al loro interno sono stati trovati, nascosti da auto e da fusti contenenti indumenti usati ed in pessimo stato di conservazione, elettrodomestici e pneumatici fuori uso, balle di indumenti e scarpe non sanificati, nonché 175 batterie per auto ed accumulatori per ripetitori telefonici non dichiarati e verosimilmente rubati. Un bottino che avrebbe fruttato oltre 150.000 euro. Gli investigatori hanno denunciato
dodici persone: quattro italiani, due nigeriani, due ghanesi, un burkinabé e tre togolesi, per falsità ideologica, traffico illecito di rifiuti, ricettazione e violazioni al Testo Unico Ambientale.

Quattro giorni fa i carabinieri del Noe di Genova hanno sequestrato un’azienda che produce pannelli fotovoltaici, oltre a moduli fotovoltaici presso un’altra azienda che si occupa di rifiuti. Il sequestro preventivo, del valore di circa 1 milione di euro, è stato ottenuto dal pm Andrea Ranalli che coordina l’indagine su spedizioni transfrontaliere di rifiuti Raee. L’indagine risale al 2019 dopo alcuni controlli su container di una società vicentina nel porto di Genova. Gli investigatori hanno scoperto un modello di gestione irregolare dei pannelli fotovoltaici dismessi da grandi impianti in molte regioni italiane. Sette gli indagati, tutti imprenditori italiani tranne un uomo di origini africane. Il gruppo recuperava i pannelli e li dichiarava ‘rifiuti’ Dopo aver corrisposto false dichiarazioni di distruzione e il contestuale recupero di materie utili a richiedere al Gestore la cauzione, ai pannelli venivano apposte matricole e attestazioni di verifiche funzionali e rimessi in vendita come apparecchiature elettriche usate nei paesi in via di sviluppo.

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