Mentre in Europa alcuni paesi hanno già riaperto le scuole e in Italia già da maggio c’era chi chiedeva di riaprire per i ragazzi e i bambini più penalizzati una lunga analisi della rivista Science pone questioni e prova a dare, quando è possibile, risposte sul ritorno tra i banchi. La riflessione, pubblicata il 7 luglio, viene ripresa dal Corriere della Sera e l’articolo porta la firma del professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, che pensa “che le scuole debbano essere riaperte, al più presto. Lo si sarebbe dovuto fare già a giugno, con attenzione, prudenza, poche regole (ma chiare) e tanto buon senso”. Per Remuzzi “le conoscenze attuali e il buon senso vanno certamente in questa direzione anche se una serie di regole e di norme che rendono difficile la ricerca in campo pediatrico ci privano delle certezze che vorremmo avere (sono tutti innamorati dello slogan che ‘il bambino non è un piccolo adulto’ ma se facessimo per i bambini almeno quello che si fa normalmente per gli adulti sarebbe già un passo avanti)”.

Il primo input arriva dal Regno Unito dove 1.500 membri del Royal College of Paediatrics and Child Health in una lettera aperta scrivono che “continuare a tenere chiuse le scuole lascerebbe segni indelebili a un’intera generazione”. Questo perché la didattica a distanza non ha la stessa valenza di quella in classe e molti genitori sono costretti a licenziarsi per stare casa con i bambini. Se in 20 paesi le scuole hanno fatto risuonare la campanella a giugno altri invece, Taiwan, Nicaragua e Svezia, non le hanno chiuse mai. Ma come sia andata ancora non è chiaro. Science ha quindi analizzato le riaperture del Sud Africa, Finlandia e Israele ed è emerso che i bambini più piccoli raramente contraggono l’infezione e si contagiano l’un l’altro ed è ancora più raro che si portino il virus a casa al punto da infettare i familiari. Anche naturalmente ci sono stati casi molto gravi nei bambini e anche decessi come recentemente quello di una bambina in Belgio, tra i paesi più colpiti nel mondo. Remuzzi sintetizza quindi in sei domande e sei risposte l’analisi proposta dalla rivista.

Lo scienziato ricorda che i bambini piccoli si possono infettare (in Italia è stato isolato il virus in un neonato di sette settimane, ndr) ma non sembrano essere contagiosi, almeno da quanto emerge dagli studi dell’Istituto Pasteur in sei scuole elementari. I ragazzi delle superiori invece 3 volte su 10 hanno gli anticorpi, vuol dire che sono venuti in contatto col virus, mentre insegnanti e membri dello staff hanno anticorpi rispettivamente 4 e 6 volte su 10. Quei ragazzi e quegli adulti si possono ammalare, ma di solito in forma lieve. Per quanto riguarda gli studenti più grandi è necessario il distanziamento di un metro: “Ci vorrebbe una regola per tutta l’Europa, ma non è così”.

Le mascherine sono una delle poche cose davvero importanti per contenere l’epidemia, sono lo strumento che ci permette di mettere una barriera tra noi e il coronavirus, ma i ragazzi le trovano insopportabili: “Un compromesso accettabile potrebbe essere quello di chiedere loro di mettere la mascherina e di utilizzarla correttamente solo quando è impossibile mantenere le distanze, almeno per i più grandi e almeno da noi” scrive Remuzzi. Alla domanda su che cosa dovrebbe fare la scuola se c’è un positivo Remuzzi ritiene che la “risposta più semplice ma anche la più corretta è che non lo sappiamo. Se si trova un bambino o un ragazzo positivo al tampone bisogna mandare a casa lui e tutti quelli che hanno avuto contatti con lui o chiudere quella classe o l’intera scuola? C’è chi pensa che basti isolare chi è positivo e i suoi contatti, senza nemmeno bisogno di chiudere la classe, altri vorrebbero chiudere la scuola. Comunque, almeno nei Paesi meglio organizzati, quando si trova uno studente positivo si faranno i test a tutti inclusi quelli che non hanno sintomi e si organizzerà la quarantena per i positivi e per i loro contatti. Tutto questo però non è basato su studi controllati e convincenti, la risposta alla domanda su che cosa si dovrebbe fare quando qualcuno risulta positivo ce l’avremo solo dopo che si sapranno i risultati di due studi in corso in Germania e nel Regno Unito che hanno affrontato questo problema in modo sistematico: tamponi ai bambini delle scuole e ai loro familiari, e dosaggio degli anticorpi”. Un altro quesito riguarda il contagio a scuola e la possibile diffusione nella comunità: tranne la Svezia che ha registrato anche decessi tra gli insegnanti, “è emerso in modo abbastanza chiaro è che i casi di malattie gravi tra gli insegnanti sono davvero pochi.

La riflessione riguarda anche le condizioni dei bambini nelle varie parti del mondo: “Per i bambini più poveri, i più vulnerabili, la chiusura delle scuole continuerà e forse durerà per sempre. In molte parti del mondo non ci sono le risorse per adeguare gli ambienti scolastici alle esigenze di sicurezza, e qualcuno come il primo ministro del Bangladesh ha detto apertamente che non si riapriranno le scuole finché l’epidemia non sarà completamente vinta, nelle Filippine sarà lo stesso, le scuole si riapriranno quando c’è il vaccino. Nei Paesi che chiamiamo ‘ricchi’, come i Paesi dell’Europa e gli Stati Uniti, i bambini hanno ‘poco da guadagnare dal lockdown, ma moltissimo da perdere’, secondo un lavoro appena pubblicato su Nature che parte dalla considerazione che i bambini non si ammalano o si ammalano raramente – conclude Remuzzi -. Questi ragionamenti, s’intende, non vanno mai presi in senso assoluto, insomma non vuol dire che i bambini non si ammalano mai, ma la probabilità di ammalarsi o morire di Covid è molto inferiore a quella di incorrere in altri guai. Un esempio? Negli Stati Uniti fino al 24 giugno sono morti con un’infezione da Covid-19 (che poi siano morti di Covid non è sempre sicuro) 28 bambini sotto i 14 anni. Nello stesso periodo, sempre negli Stati Uniti, 9.622 bambini della stessa età sono morti di incidenti stradali o domestici, suicidi, omicidi e altre malattie che non hanno niente a che vedere con Covid, molte delle quali, per altro, si sarebbero potute prevenire”.

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