Il 16 aprile 2020 Regione Lombardia affidò senza gara alla società del cognato di Fontana, Andrea Dini, una “fornitura” da mezzo milione di euro tra camici e altro materiale medico. Il 20 maggio la stessa azienda comunicò con un’email di voler trasformare tutto in una “donazione“. Ma ora, rivela il Corriere della Sera, i pm avrebbero scoperto che “in Regione quel passaggio non è mai stato registrato”. Stando ai primi accertamenti, negli uffici di Aria Spa (la Centrale acquisti regionale) non si trova alcuna delibera sulla questione. L’unica traccia è un’email di risposta inviata a Dini dall’ormai ex dg di Aria Filippo Bongiovanni – ora indagato – contenente un “grazie di cortesia” per il gesto benefico. Il risultato è che ad oggi la fornitura sarebbe ancora in vigore. Se così fosse, alla Lombardia spetterebbe l’ultima partita di camici (circa 25mila) che la Dama Spa – azienda di Dini e di cui la moglie di Fontana detiene il 10 per cento delle quote – non ha mai consegnato. E che anzi, riferisce sempre il Corriere, ha tentato di rivendere a una clinica varesina a 3 euro in più l’uno.

Questo passaggio è proprio quello su cui si sta concentrando la procura di Milano. Lo conferma lo stesso legale di Fontana, Jacopo Pensa, al termine del suo incontro con i pm durante il quale ha avuto “uno scambio di vedute” sulla vicenda. “L’aspetto che la Procura non apprezza è il mancato completamento della fornitura dei camici, ma chi non ha rispettato il contratto è stato il cognato di Fontana”. Parole che fanno il paio con la nuova linea difensiva data dallo stesso governatore oggi in Consiglio regionale: “Ho chiesto a mio cognato di rinunciare al pagamento per evitare polemiche e strumentalizzazioni”, ha dichiarato il leghista in aula, smentendo di fatto Dini e la sua tesi di una “donazione” scambiata erroneamente per fornitura. L’avvocato ha poi aggiunto che i rapporti tra i due parenti (entrambi indagati) ora sono “un po’ scazzati”. Per quanto riguarda il mancato atto formale che attesti lo stop all’affare tra Dama Spa e Aria, spiega che “quando c’è buonafede non si pensa a questi formalismi“. Definisce “fumoso”, invece, il reato contestato al governatore e annuncia di voler depositare a settembre in procura una serie di carte difensive. Solo dopo si valuterà se sarà necessario un interrogatorio.

I punti da chiarire, infatti, sono ancora molti. In base alle ricostruzioni giornalistiche del Fatto Quotidiano e della trasmissione Report, l’acquisto dei camici sarebbe stato trasformato in donazione solo dopo l’interessamento della stampa alla vicenda. Dini ha sempre negato – nonostante esista un’email di suo pugno in cui si parlava esplicitamente di “prezzi e forniture” – mentre Fontana oggi ha spiegato che “Report si è palesata sul punto il 1 giugno, quando erano passati 18 giorni. Io invece sapevo già tutto perché c’era una ricerca spasmodica di presidi medici”. Versione che comunque non combacia con quanto sostenuto nei mesi scorsi. Il 7 giugno il governatore si diceva “estraneo ai fatti”. Poi in un’intervista alla Stampa rilasciata il 26 luglio ha sostenuto di essersi accodato al gesto benefico del cognato, disponendo un bonifico da 250mila euro partito direttamente dai suoi conti svizzeri. In pancia fino al 2015 c’erano oltre 5 milioni di euro gestiti da due trust alle Bahamas su indicazione della madre – poi scudati grazie alla voluntary disclosure – e su cui ora si concentrano le attenzioni dei magistrati. “Che vadano a vedere tutto quello che vogliono. Noi siamo tranquilli. È una eredità, scudata, regolarizzata, tracciabile e assolutamente ufficiale”, aveva sostenuto il legale. Proprio lui che nei giorni scorsi ha fornito una versione ancora diversa sull’intera vicenda, sostenendo che il bonifico – poi bloccato con un alert all’antiriciclaggio – era in realtà un “gesto risarcitorio” compiuto nei confronti di Dini per “lo scrupolo di averlo danneggiato”. Linea che oggi in aula Fontana ha abbracciato in toto.

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