Quello che non torna nella vicenda dei camici forniti alla Lombardia dalla società di Andrea Dini e poi trasformati in “donazione” non è soltanto il presunto “ruolo attivo” che avrebbe avuto il governatore Attilio Fontana, indagato per “frode in pubbliche forniture” dai pm milanesi. Nel corso delle indagini sono spuntati anche 5,3 milioni di euro di fondi gestiti fino al 2015 da due trust alle Bahamas e poi “scudati” grazie alla legge sulla voluntary disclosure. È su quei soldi, inizialmente intestati alla madre di Fontana e poi ereditati dal figlio, che ora si concentrano le attenzioni dei magistrati. L’obiettivo è capire se fossero davvero della madre all’epoca 82enne, il perché si è deciso di ricorrere a questa architettura finanziaria e se ci siano state incongruenze nei movimenti. Come il bonifico da 250mila euro che il presidente regionale ha tentato di fare in favore della Dama spa – per giunta “all’insaputa del cognato”, come riferisce il Corriere della Sera – per risarcirlo del mancato profitto. Tutto bloccato dalla milanese Unione Fiduciaria che poi ha mandato un alert a Bankitalia in base alla normativa antiriciclaggio, facendo scattare anche le indagini della procura come “atto dovuto“. Di fronte a tutto questo, il Movimento 5 stelle in Regione Lombardia si dice “pronto a presentare la mozione di sfiducia al presidente Fontana”, aggiungendo che “chiediamo alle altre forze d’opposizione di sostenere la nostra richiesta”.

I dubbi dei pm sui trust alle Bahamas – La vicenda dei soldi detenuti illegalmente all’estero dalla famiglia Fontana fino al 2015 è spuntata quasi per caso. In base alle prime informazioni, risulta che i due trust sono stati aperti 10 anni fa dalla madre di Fontana Maria Giovanna Brunella. Nel 2015, al momento della sua morte, l’eredità è passata al figlio che in quel periodo era già sindaco di Varese. Fontana decide quindi di ricorrere allo “scudo fiscale” e di dichiararli allo Stato italiano. Secondo Repubblica, i pm hanno avviato una serie di accertamenti tecnici soprattutto per capire perché il governatore abbia deciso di gestire 4,4 milioni su conti svizzeri attraverso lo strumento del mandato fiduciario, cioè affidandoli a una società terza. “Nelle dichiarazioni richieste dalle norme sulla trasparenza sono riportati nel dettaglio i miei patrimoni, non vi è nulla di nascosto e non vi è nulla su cui basare falsi scoop mediatici”, si è difeso Fontana, che intende intervenire sul caso in Consiglio regionale, forse già nella seduta di domani o in quella di martedì convocate per discutere di bilancio.

Iban chiesto da Fontana “all’insaputa” del cognato – Gli aspetti che il governatore dovrà chiarire riguardano anche i motivi che lo hanno portato a metà maggio scorso a fare predisporre un bonifico da 250mila euro verso la società del cognato. La cifra, infatti, corrisponde al mancato profitto del parente causato dal provvedimento che verrà preso il giorno dopo, cioè quello di trasformare la vendita dei 75mila camici alla Regione in “donazione” e la rinuncia dell’azienda a farsi pagare dalla Regione i 49.353 camici e i 7.000 set già consegnati. L’alert all’antiriciclaggio è scattato perché nell’operazione mancavano una causale coerente e le parti correlate, oltre al fatto che i soldi provenivano da una “persona esposta politicamente” e per giunta detenuti in passato in conti esotici. Come riporta il quotidiano di via Solferino, in quei giorni lo staff del governatore si è mosso per recuperare presso la Centrale acquisti regionale l’indirizzo Iban della Dama spa intestata al cognato (senza passare quindi dai canali familiari). L’obiettivo di Fontana sarebbe stato quello di ristorarlo di tasca propria e chiudere la faccenda il prima possibile. “Quando è venuto a sapere della fornitura”, ha spiegato ieri il legale del governatore Jacopo Pensa, “per evitare equivoci gli ha detto di trasformarla in donazione e lo scrupolo di aver danneggiato il cognato lo ha indotto in coscienza a fare un gesto risarcitorio“.

La nuova linea difensiva del governatore – Le parole del legale di Fontana contraddicono quanto detto dallo stesso governatore fino al 7 giugno scorso. Di fronte all’esplodere del caso grazie alle inchieste di Report e del Fatto Quotidiano, infatti, lui ha sempre dichiarato la sua estraneità ai fatti e di “non sapere nulla della procedura” che ha visto coinvolti l’azienda del cognato (di cui la moglie detiene il 10 per cento delle quote) e la Regione da lui governata. In realtà, stando a quanto risulta ai pm, ad informarlo sarebbe stato sin da subito il suo assessore Raffaele Cattaneo, capo dell’unità per il reperimento di camici e materiale medico durante l’emergenza Covid. Una storia complessa, insomma, che ora Fontana giudica “pazzesca“. “Di solito le persone finiscono indagate perché prendono dei soldi illecitamente. Io invece rischio di passare alla storia come il primo politico che viene indagato perché i soldi ha cercato di versarli”, ha dichiarato in un colloquio con il quotidiano La Stampa. “Certo, quando è saltata fuori questa storia e ho visto che mio cognato faceva questa donazione, ho voluto partecipare anch’io. Fare anch’io una donazione. Mi sembrava il dovere di ogni lombardo”. In sostanza, se prima Fontana si era detto all’oscuro di tutto, adesso sostiene di aver voluto partecipare insieme al parente alla presunta donazione. “Della fornitura non sapevo niente”, chiarisce. “L’ho saputo solo quando mio cognato ha deciso di fare la donazione”. Per questo, conclude, l’unico reato che vedo veramente è una palese violazione del segreto istruttorio e per questo probabilmente mi rivolgerò ai magistrati di Brescia“.

Resa dei conti in vista al Pirellone – L’inchiesta giudiziaria che vede indagati Fontana, il cognato e l’ormai ex dg di Aria Filippo Bongiovanni rischia ora di avere delle ricadute pesanti al Pirellone. “Il presidente, da tempo inspiegabilmente assente, deve venire a riferire in Aula”, scrive in una nota Massimo De Rosa, capogruppo del M5S in Regione Lombardia, annunciando la presentazione della mozione di sfiducia. “Basta annunci, basta dichiarazioni mezzo stampa, basta bugie, all’istituzione che rappresenta e ai cittadini Fontana deve rendere conto – prosegue De Rosa – Dalle mascherine pannolino ai test sierologici, senza dimenticare l’ospedale in fiera, fino al caso camici per il quale è indagato, sono tante le risposte che il governatore deve ai lombardi. A cominciare dal motivo per il quale l’assessore Gallera sia ancora al suo posto”. Secondo il Movimento, “le persone il cui fallimento oggi è diventato cronaca e materiale da procura, non possono essere le stesse che dovranno guidare la ripartenza della nostra Regione, gestire le risorse che arriveranno grazie al recovery fund e garantire la nostra salute in vista del prossimo autunno”. Per questo, conclude De Rosa, “serve un atto politico coraggioso per la storia che stiamo andando a costruire”.

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