di Franco Grillini

Silvia Romano, la cui vicenda è nota, dopo la sua conversione all’Islam in seguito al rapimento di un gruppo estremista islamico afferma che la sua è una scelta di libertà. Lo dice in una intervista a Zita Dazzi del 6 luglio 2020 aggiungendo che il “velo” islamico la rende libera e che i genitori l’hanno educata al valore della diversità. Poi la scoperta di Dio durante le fasi del rapimento (ma in Italia non c’era un’ampia offerta in materia?) e l’idea che coprire il corpo femminile sia la salvezza dalla sua reificazione come oggetto sessuale. Infine la Romano afferma che la libertà è soprattutto soggettiva.

È ovvio che ognuno è libero di pensarla come crede, soprattutto in materia religiosa e morale. Tuttavia mi pare che il tentativo di dipingere l’Islam radicale come strumento di libertà si scontri con dati “oggettivi” difficilmente opinabili come, ad esempio, le legislazioni dei paesi a dittatura islamista che applicano alla lettera la sharia trasformando il Corano in instrumentum regni. E dove le religioni monoteiste si fanno Stato, guarda caso la prima vittima è l’idea liberale dello Stato stesso.

Un esempio eclatante in Europa è il caso polacco e quello ungherese, dove tra Duda e Orban si è costruito un mostro autocratico molto simile alla Russia di Putin. La Polonia, su sollecitazione della chiesa cattolica locale, vive tuttora nella nostalgia del papa di Cracovia Giovanni Paolo II e della sua gestione, a mio avviso moralista e sessuofobica, del papato stesso. Non a caso l’argomento centrale della recente campagna elettorale polacca è stato l’odio sparso a piene mani verso la collettività Lgbt, e non contenti, la questione omosessuale è stata definita come peggiore del comunismo.

Putin, per ingraziarsi gli ortodossi e il loro vertice ultrareazionario, ha varato leggi omofobe che di fatto impediscono le manifestazioni del Pride (legge contro la propaganda Lgbt), per finire con la recente modifica costituzionale che gli dà il potere a vita, dove si vieta il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Esattamente come con il potere islamista delle dittature teocratiche musulmane. Non a caso in otto paesi islamici è prevista la pena di morte che per fortuna non è applicata in quattro di essi, ma in Arabia Saudita, Yemen, Iran e Sudan è applicata all’intero territorio nazionale mentre in altri due paesi, Somalia e Nigeria, è comminata in alcune province. In altri cinque Paesi (Pakistan, Afghanistan, Emirati Arabi, Qatar e Mauritania) è contemplata la possibilità dell’esecuzione capitale per omosessualità.

La criminalizzazione dell’omosessualità avviene in tutti i paesi a dominanza islamica dov’è comunque considerata reato e sono circa 70. In Africa, dove vige un durissimo maschilismo e relativa cultura tossica, in molti stati si pratica la tortura sulle persone omosessuali che cadono nelle grinfie del brutale apparato poliziesco; e spesso non è solo l’islamismo radicale alla base di queste pratiche, ma ci si mettono anche le confessioni cristiano-fondamentaliste: come in Uganda dove gli evangelici di origine americana hanno chiesto da tempo la criminalizzazione dell’omosessualità in cambio dei loro aiuti “umanitari”.

Delle condanne a morte degli omosessuali nelle teocrazie islamiste abbiamo avuto abbondanti notizie, soprattutto durante la tragica esperienza dello stato islamico dell’Isis: molti gay sono stati gettati da edifici all’ultimo piano e in caso di sopravvivenza finiti con la lapidazione della folla fanatica e berciante. C’è una certa macabra creatività nelle modalità di assassinio degli omosessuali: in Afghanistan si creava un muro in mezzo allo stadio locale per poi legarvi il malcapitato e per poi schiacciarlo con un camion lanciato a tutta velocità. In Iran c’erano le impiccagioni alle gru, mentre alcuni gruppi di estremisti palestinesi mettevano un copertone cosparso di benzina attorno al collo della vittima e vi applicavano il fuoco.

Come si vede torture, esecuzioni orribili, incarceramenti di massa, stato di diritto inesistente. Questa la si può chiamare libertà? Non a caso c’è da tempo una campagna internazionale per la decriminalizzazione dell’omosessualità, che tuttavia stenta ad essere efficace per l’inamovibilità delle dittature al potere.

Sembra che negli Stati a dominanza islamista l’omosessualità non esista. Nulla di più falso. Anzi, essendoci una rigida divisione tra maschi e femmine, come dimostra la storia delle segregazioni monosessuali (carceri, eserciti, seminari ecclesiastici, ecc), nei paesi islamici l’omosessualità è molto diffusa ma estremamente nascosta. Ne abbiamo notizia da molti intellettuali che nei paesi del nord Africa, ad esempio, trovavano una specie di paradiso erotico. È l’ipocrisia del “si fa ma non si dice” e soprattutto non si rivendica in pubblico. Ciò che non si vuole è che le persone Lgbt siano organizzate, che rivendichino diritti, che pretendano addirittura visibilità e leggi di protezione.

È così dappertutto senza eccezioni? Per fortuna no, laddove le religioni monoteiste non sono al potere, dove esiste una netta separazione tra Stato e chiese; dove esiste democrazia e stato di diritto a volte troviamo persino gruppi islamici disposti a discutere con le persone Lgbt, com’è successo negli Usa dopo l’orrenda strage di Orlando in una discoteca gay. Lì c’è stata la solidarietà di molte comunità islamiche negli Usa. Ma la ragione vera è che lì gli islamisti non hanno il potere perché è nel rapporto di potere tra gruppi religiosi fanatici e lo Stato autocratico che si vedono come vittime designate prima di tutto le persone Lgbt […]

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