C’è un inquietante aggiornamento sulla storia, raccontata in questo blog due settimane fa, relativa all’uso di un software, prodotto dall’israeliana Nso Group, da parte del governo del Marocco per spiare il giornalista Omar Radi.

Una settimana dopo l’uscita del rapporto in cui Amnesty International aveva denunciato la vicenda, le autorità marocchine hanno orchestrato una campagna diffamatoria nei confronti della sezione nazionale dell’organizzazione per i diritti umani.

Hanno iniziato accusando Amnesty International di non aver concesso il diritto di replica. Falso: il 9 giugno, applicando una regola che vale in occasione della pubblicazione di tutti i principali rapporti su paesi, l’organizzazione per i diritti umani aveva avvisato via mail cinque funzionari del ministero dei Diritti umani, invitandoli a fornire commenti che sarebbero stati inseriti nel rapporto. Mai ricevuta alcuna risposta.

Queste accuse però sono circolate ampiamente sulla stampa nazionale, che ha anche dato spazio a dichiarazioni anonime di fonti governative circa l’imminente chiusura di Amnesty International Marocco.

Per inciso, le ricerche di Amnesty International sono storicamente mal tollerate dalle autorità marocchine: nel 2014 l’autore di un rapporto sulla tortura è stato inserito nella lista delle persone cui è vietato l’ingresso nel paese; nel settembre dello stesso anno è stato impedito lo svolgimento di un campo giovani; nel 2015 due ricercatori sono stati espulsi mentre stavano indagando (avendone data notifica alle autorità) su violazioni dei diritti umani ai danni di migranti e rifugiati.

Per tornare alle vicende degli ultimi giorni, Amnesty International ha replicato alle accuse inviando una lettera al governo marocchino nella quale conferma le conclusioni delle sue ricerche, analoghe peraltro a quelle di Privacy International e Citizen Lab e illustra ulteriormente la metodologia usata.

Il governo se l’è legata al dito anche con Omar Radi, convocato dalla polizia giudiziaria dopo l’uscita del rapporto ben tre volte.

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