Tutti presi dai problemi della pandemia, i partiti politici sembrano aver perso ogni capacità di progettare e proporre le riforme necessarie all’Italia. L’ultimo tentativo è stato quello del governo Renzi, che era riuscito a far approvare una serie di riforme costituzionali capaci di risolvere alcuni dei principali problemi che rallentano e appesantiscono la vita del nostro Paese, con rilevanti costi superflui. Le ricordo in estrema sintesi:

– L’abolizione del “bicameralismo perfetto” – che raddoppia i tempi di approvazione delle leggi – e la trasformazione del Senato in organismo rappresentativo degli enti locali, sul modello del Bundesrat tedesco;

– La riduzione del numero dei parlamentari;

– Un taglio alle competenze delle regioni, troppo spesso interferenti con quelle dello Stato;

– L’abolizione delle Province, che avrebbe facilitato quella di tanti organismi ormai superati come le Prefetture (ospitate in 110 fra i più prestigiosi palazzi d’Italia);

– L’eliminazione di organismi rivelatisi superflui come il Cnel, che occupa una sede sfarzosa nel cuore di Villa Borghese a Roma;

– Un ruolo più incisivo per la democrazia diretta, a partire dai referendum.

Nel dicembre del 2016 il complesso di queste riforme costituzionali è stato sottoposto ad un referendum confermativo ed è stato bocciato dal 60% degli elettori: un risultato spiegabile in gran parte con l’errore “storico” di Renzi (“Se perdo mi dimetto e lascio la politica”). Una promessa che ha indotto a votare “no” un numero rilevante di elettori che – pur rendendosi conto della importanza delle riforme in gioco – hanno preferito votare “no” per una motivazione non propriamente politica, che si può riassumere in tre parole: “Renzi è antipatico”.

Dinanzi ai sondaggi elettorali che danno come probabile la vittoria di una destra antieuropea e xenofoba, penso che il Pd – in quanto maggiore partito della sinistra riformista – dovrebbe riprendere le proposte bocciate nel dicembre del 2016 e portarle avanti con decisione, non dimenticando (come molti tendono a fare) che Renzi era, oltre che il capo del governo, il segretario del Pd, cui dunque appartiene quel notevole patrimonio di idee riformatrici.

E forse lo stesso Renzi – vedendo riprese le sue riforme – potrebbe chiudere la guerriglia aperta con il Pd con l’uscita dal Partito Democratico e la creazione di un ennesimo “partitino”, che rischia – alle prossime elezioni – di non superare nemmeno il quorum e di restare fuori dal Parlamento (lo stesso rischio che corrono Emma Bonino con +Europa e Carlo Calenda con “Azione”, per l’incomprensibile rifiuto di unire le forze).

Alle riforme già ricordate andrebbero aggiunte novità importanti almeno su altri tre temi.

1. Il primo è quello della evasione fiscale. Con circa 150 miliardi, l’Italia è al primo posto in Europa. Recuperando solo un terzo della evasione, si potrebbero affrontare – e almeno in parte risolvere – gran parte dei problemi economici e sociali del Paese: la disoccupazione, la povertà, il dramma dei disabili gravi, l’integrazione degli immigrati. Ma in Italia l’evasione non è perseguita penalmente, come negli altri grandi paesi del mondo: i detenuti per reati fiscali da noi sono 150, 8.600 in Germania, 12mila negli Stati Uniti.

2. Il secondo è quello della educazione civica, che dovrebbe diventare una materia di primaria importanza fin dai primi anni di scuola e dovrebbe “insegnare” i diritti ma anche – e forse soprattutto – i doveri, primo fra tutti quello di pagare le tasse. Si tratta di surrogare così l’incapacità, per gran parte dei genitori, di insegnare ai figli i principi basilari del nostro sistema (a partire dalla Costituzione) e le semplici regole del quotidiano vivere civile.

3. Il terzo è la creazione, nei governi, di una struttura incaricata di garantire l’attuazione dei programmi e di fronteggiare le situazioni eccezionali (terremoti e disastri, purtroppo, non mancano mai). Dovrebbe trattarsi, ovviamente, di una struttura consistente, affidata preferibilmente ad un manager o ad un politico con significative esperienze manageriali ed amministrative: una specie del “risolvo problemi” di Pulp Fiction.

Nel corso degli anni passati, una figura del genere avrebbe potuto impedire, per fare solo due esempi, lo scandalo del “Mose” – di cui da decenni si attende il completamento e che alla fine sarà costato più della Autostrada del Sole – e l’imbarazzante vicenda della revoca della concessione ai Benetton della rete autostradale dopo la tragedia di Genova, con l’ipotesi di affidare 4.000 km di rete all’Anas, che è una delle più inefficienti fra le aziende pubbliche italiane.

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