Gli ultimi dati sulle richieste di regolarizzazione dei lavoratori stranieri ci parlano di circa 30mila domande con poche richieste provenienti dal settore agricolo. Questi dati così al di sotto delle aspettative erano largamente prevedibili viste le complicazioni ed i paletti che accompagnano la normativa. Grande è stata la nostra delusione all’annuncio della bocciatura degli emendamenti che avevano come obiettivo di migliorare la norma, a partire dall’eliminazione del contributo che sono tenuti a pagare sia il datore di lavoro che il lavoratore.

La regolarizzazione è un diritto non monetizzabile. Il tema dell’immigrazione è un tema importante che non possiamo affrontare in modo propagandistico o solo nei momenti di emergenza come quella sanitaria, serve attuare una politica seria e lungimirante all’altezza di questa sfida se vogliamo uscire dall’empasse. Quattro sono le nostre proposte:

1. Aprire canali di immigrazione legale;
2. Riformare il sistema europeo sull’asilo;
3. Abolire la bossi fini e i decreti (in)sicurezza di Salvini;
4. Dare permesso di soggiorno con validità più lunga e non legato alla validità del contratto;

Bisogna uscire dalla dicotomia immigrazione uguale caporalato. Se è vero che in alcuni casi i due temi possono essere collegati, il primo non implica necessariamente l’altro. Tanto è che il caporalato colpisce anche i cittadini italiani. Aver voluto legare la regolarizzazione unicamente ad un fatto di sfruttamento lavorativo di settore e non a una questione di giustizia, di diritti e prospettive non consente di affrontare i problemi di contrasto all’illegalità con il piede giusto, per cui la norma risulta non all’altezza ed inefficace.

Il tema dello sfruttamento lavorativo in agricoltura è un’altra questione rispetto ai diritti al documento, e va affrontato attraverso un sistema di tracciabilità lungo la filiera agricola come richiede e fa NoCap mediante l’uso del bollino etico “NoCap”. In tal senso grande è la nostra soddisfazione sul fatto che sia stata depositata una proposta di legge in questi giorni sulla certificazione etica d’impresa. Una proposta di legge da noi più volte sollecitata nei tavoli istituzionali e che ci auspichiamo che veda finalmente la luce.

La ricostruzione post coronavirus può avvenire solo attraverso una reale politica di lotta all’illegalità da una parte e di inclusione sociale dall’altra. Se l’Italia ambisce a diventare una grande nazione, avrà bisogno della partecipazione di tutti i cittadini, italiani e stranieri. Mettiamo quindi da parte l’attuale processo di razzializzazione per fare spazio a una politica seria e lungimirante ai fini di un inclusivo sviluppo economico e sociale.

Con l’Associazione ci stiamo concentrando anche su tutti quei servizi accessori che i caporali monopolizzano e con i quali sottraggono reddito e dignità ai lavoratori, come la nostra ultima iniziativa di raccolta fondi per l’acquisto di un pullman anticaporalato destinato al trasporto di donne braccianti italiane, anch’esse vittime di sfruttamento.

Che si parli quindi anche dello sfruttamento e del caporalato subito da tutti i lavoratori, italiani compresi, e di tutti i settori dimenticati dal decreto rilancio. E come diciamo noi, dalla protesta si passi alla proposta.

Siamo ben consapevoli che urlare e pretendere ascolto e benevolenza dalla GDO rischia di rivelarsi fiato sprecato. Serve mettere in campo modelli economici alternativi che funzionano. Mostrare concretamente che altri rapporti di produzione e modelli di sviluppo, economico ed umano, sono possibili.

In questo serve un deciso impegno istituzionale. Accompagnare la giusta e necessaria repressione della criminalità con programmi di intervento e sostegno delle filiere etiche e sane.

La nostra idea di base è che si attui quello che il grande filosofo e politico Antonio Gramsci auspicava e suggeriva con grande lungimiranza dopo aver studiato la specifica situazione italiana: l’alleanza tra i lavoratori con i contadini e la piccola borghesia. Egli parlava nei suoi Quaderni dal carcere di “conquista” di questi strati sociali, laddove chi gli ha succeduto ha visto sempre dei nemici e muri di incomunicabilità. Quale occasione migliore per riscoprire analisi tanto rivoluzionarie e lanciare nuove pratiche di lotta?

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Infermieri, la protesta in piazza Duomo: “Noi sedotti e abbandonati. Ora rinnovo del contratto e adeguamento degli stipendi a quelli europei”

next
Articolo Successivo

Stati popolari, dai rider ai braccianti fino agli operai Whirlpool ed ex Ilva: gli “invisibili” a San Giovanni. “Non siamo corpi da sfruttare”

next